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Quando la fotografia ferma e custodisce la memoria: la sfida di Giovanna Brogna Sonnino

Di Carmen Greco |

La raccolta fondi ha l’obiettivo di realizzare il film da “Chiarmastramma” e la prima pietra di questo progetto è stato il video “Salviamo gli elefanti” con l’attrice Lucia Sardo, girato a Catania. «È una piccola storia – spiega Giovanna Brogna Sonnino – legata al libro, nel quale la protagonista è una donna delle pulizie che non sa nè leggere nè scrivere e che la musica, per diversi motivi, salva dalla sua condizione disperata». Il titolo della mostra fotografica la dice lunga sulla filosofia di Giovanna Brogna Sonnino: “In Sicilia non si butta niente”, e sono foto che ritraggono cose, cose di ogni genere, come quelle conservate nella sua casa di via Plebiscito, divenuta un piccolo museo personale di oggetti di uso comune che lei espone tra i corridoi e/o fotografa.

Collezionismo compulsivo? mania di accumulare “robba”? Semmai voglia di catalogare il quotidiano, un po’ come forma di “terapia” contro il senso di precarietà della vita, un po’ per testimoniare un mondo destinato a scomparire. «Credo nel potere terapeutico dei ricordi positivi. Quindi fotografo delle cose che per me hanno un’energia positiva e che mi fa piacere ricordare. Riguardare queste foto mi dà un senso di appartenenza e, comunque, anche quando si scatta una foto, si rappresenta in qualche modo qualcosa che uno ha dentro. Io mi sono sempre sentita una foglia al vento, quindi è come se tutte queste foto rappresentassero un po’ questa mia condizione esistenziale». Quattordici stanze in una casa catanese nei primi del Novecento in cui “l’horror vacui” sembra dettare le regole estetiche. Un lunghissimo corridoio lungo il quale si aprono le stanze con le “didascalie” degli oggetti esposti attaccate ai muri e scritte a mano, spesso bilingue.

«Mi sono trovata tante cose che ho cercato di conservare e alle quali ho cercato di dare un senso. Ho vestiti e scarpe che ho usato, altarini, vassoi che racchiudono altri piccoli “pezzi” di ricordi. Non vado per mercatini, compro poco, mia madre era già una compratrice accanita». Una volta i musei nascevano per esporre le collezioni dei potenti, oggi sono sempre più diffusi i piccoli musei che raccontano gli individui… «È quello che mi interessa: dare valore a questi oggetti che sono un po’ come me. Un valore che cerco di trasmettere agli altri. Molti, guardando gli oggetti o le foto, ritrovano delle sensazioni del loro passato, interviene spesso una riflessione legata all’infanzia. Non conservo cose tecnologiche, ma “cuttunate”, lettere, pezzi di legno levigati dal mare, conchiglie. Mi ritrovo molto in Katherine Mansfield, lei aveva questa attenzione per le piccole cose. Soprattutto aveva la capacità di immedesimarsi nella natura».

L’oggetto preferito?

«Un occhio di bue. Nella mia infanzia ho vissuto in un posto molto selvaggio, al mare, dove non c’erano né luce nè acqua. Si chiamava “Cannatello” ed era dopo Agnone. Oggi è un luogo devastato. Ho un ricordo molto intenso di mio padre che, da pescatore, portò una volta un occhio di bue grandissimo (esposto e fotografato ndr). Allora il mare era ricchissimo, c’erano cavallucci marini, stelle marine, alghe, ora non c’è più nulla. I fondali del mare siciliano mettono paura rispetto a com’erano 60 anni fa».

Come reagiscono i visitatori di fronte a cotanta “roba”?

«Quando entrano si sentono confusi. Ad alcuni questa sensazione di trovarsi “dentro una lavatrice” piace, altri si sentono a disagio e, capita che non riescano più a vedere le cose, si confondono. È più facile apprezzarle quando si mettono in mostra».

Cosa ne farà di tutto questo materiale?

«Vorrei fare un piccolo museo di questa casa, non so bene come, ma vorrei condividere con gli altri tutti questi oggetti. Mi piacerebbe, comune, che queste cose non venissero buttate».

Perché conservare tanto?

«Uno cerca di non sentire freddo o caldo, di vivere in una casa confortevole, di nutrirsi. Poi questi bisogni aumentano, vuoi fare dell’altro, vuoi condividere cose che diventano sempre più complesse. Se questa cosa ti arriva addosso e basta, magari si dimentica. La fotografia, invece, “ferma” in qualche modo le cose che non vorrei perdere anche se so che si perderanno comunque. Al tempo stesso faccio questo esercizio per tentare di non rimanere vittima di questa coscienza che tutto andrà perduto. Quando tu hai un disordine in testa, “ordinare” ti fa stare meglio. So che questo catalogare è un lavoro assolutamente inutile, ma pur avendo sempre presente il senso della precarietà esistenziale, so che il senso della vita è anche questo».

@carmengreco612

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