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La Abbagnato al fianco dei “precari” della cultura sempre “cenerentola”

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La Abbagnato al fianco dei “precari” della cultura

Di Antonio Lo Verde

Cultura in Italia non fa rima con “Cura” nemmeno per decreto. Il settore culturale e teatrale in Italia, nonostante la tradizione e la storia che ha il nostro Paese subisce un trattamento da gregario nella crescita economica che si immagina(va) per l’Italia. L’incidenza della spesa statale nel settore culturale è dello 0,31% (dato 2018) nonostante il Belpaese sia al primo posto per i siti e i beni immateriali Unesco. Insomma una “cenerentola” dove il lockdown di questi giorni, per chi lavora nel settore teatrale e dell’intrattenimento, spesso è la regola, soprattutto rispetto alla quantità di contratti a tempo indeterminato. Cosicché nelle 14 fondazioni lirico sinfoniche che annoverano teatri internazionali come il Piermarini (alla Scala), il Costanzi (opera di Roma), il San Carlo di Napoli, l’Arena di Verona e il Teatro Massimo di Palermo, fatta qualche eccezione per Milano, gli artisti, tra orchestrali, danzatori e coristi, sovente sono lavoratori a tempo determinato, anzi “lavoratori intermittenti” secondo l’accezione usata recentemente anche dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini.

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In Italia, negli ultimi anni, se si può parlare di qualche passo avanti, si è passati dalla logica che “con la cultura non si mangia” a quella che “con la cultura si mangia ad intermittenza”, nonostante gli artisti si foggino in anni di studio e si obblighino a sacrifici immani. Proprio ieri centinaia di tersicorei italiani hanno manifestato tutto il loro disappunto sulla situazione che vivono nel corso di una masterclass on line, collegati con lo smartphone, alla quale hanno partecipato anche le etoiles Eleonora Abbagnato, Alessandra Ferri e Roberto Bolle. Tutti sono preoccupati per la perdurante crisi del settore culturale italiano, aggravata dal Covid-19. Gli artisti temono che al di là di qualche pannicello caldo, alias bonus, di provenienza Inps, non si farà nient’altro per risalire la china. E i numeri sono chiari. In due mesi lo stop ai biglietti per spettacoli e musei ha provocato un mancato incasso di circa 600 milioni di euro. Ma il governo sta pensando di investire meno di un terzo di tale somma per tutelare il settore e il lavoro di chi gravita nell’orbita della Cultura. Pochissimo.

La Cultura così rischia di conoscere una crisi profonda e, di conseguenza, si perderanno molti posti di lavoro e tante occasioni per “curare l’anima”. Oggi alle proteste si aggiungono anche i rimpianti per i teatri che non si sono preoccupati della stabilità vera dei loro artisti e per le norme che non hanno dato tutela. Solo nello scorso agosto è stata varata una legge (81/2019) che guarda caso solo ai lavoratori delle Fondazioni lirico sinfoniche non riconosce, nemmeno davanti al giudice del Lavoro, la trasformazione del contratto da precario a tempo indeterminato. E non è bastata nemmeno una pronuncia recente della Corte di Giustizia dell’Ue (C-331/17) per far rinsavire il Parlamento italiano.

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