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Politica

Dalla Zarina al Coraggioso, le ultime suggestioni del “frullatore-Palermo”

Miccichè incalza il Pd per Lagalla. Rifiuto con offerta provocatoria: «Candida Monterosso e l’appoggiamo»

Di Mario Barresi

Se fosse vero, si spiegherebbe così l’inspiegabile stallo trasversale a Palermo: tutti chiedono di accelerare, ma nessuno si muove. 
Se fosse vero, si smentirebbero le roboanti smentite su un rapporto - prima clandestino in stile «cara, non è come sembra»; poi alla luce del Sole Draghi; infine additato come incestuoso per rassicurare i rispettivi partner - ancora  coltivato.

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Se fosse vero, gli irriducibili del “campo larghissimo” in Sicilia starebbero sfruttando gli ultimi granelli di sabbia di una clessidra inesorabile per «un esperimento che, se va in porto per il sindaco di Palermo, sarà riproposto alle Regionali».

Ma è vero che Gianfranco Miccichè continua a parlare con il Pd (e non solo) per realizzare il suo «piano B, che è sempre stato il piano A»? 

È tutto vero. O tanto verosimile da non essere palesemente falso.

Il leader forzista, in attesa del vertice romano (non più  oggi, rinviato a data da destinarsi)  chiesto dalla fronda siciliana, non ha mai smesso di tessere la sua tela. Soprattutto con il Pd,  al di là della solenne rassicurazione di Anthony Barbagallo ai suoi: «Il modello Draghi è i-rri-pe-ti-bi-le». Miccichè, alle strette sulla scelta per Palermo, ha chiesto per l’ennesima volta ai dem di appoggiare sin dal primo turno Roberto Lagalla. La risposta di alcuni influenti interlocutori è stata duplice. Una porta chiusa: «Non possiamo stare con un assessore di Musumeci, gli avevamo chiesto di dimettersi, ma lui non ha avuto il coraggio di farlo». Ma anche una lampadina che s’accende: «Gianfranco, candida Patrizia Monterosso e noi l’appoggiamo».

Una diabolica tentazione, un’offerta di quelle che non si possono rifiutare, una provocazione, soltanto una proposta per farsi dire di no.  Il presidente dell’Ars, toccato nel nervo scoperto della stima incondizionata per la “zarina” dei Palazzi regionali, ci pensa. Non troppo, quanto basta. «No, per Palermo non si può: ho chiuso su Lagalla. Ma se la Monterosso vi piace così tanto perché non la candidiamo governatrice?».

Chapeau. Per prontezza di riflessi e capacità di difendersi attaccando. E lusingando: «Con Lagalla a Palermo e la Siracusano a Messina, il candidato governatore lo  esprimete voi del Pd, purché sia un nome terzo. Né Chinnici, né Bartolo, per indenderci». Commiato fra sorrisetti reciproci. «Ne riparleremo».

La notizia, in fondo, è anche questa: il dialogo non s’è interrotto. C’è sempre meno tempo, per Palazzo delle Aquile,  ma non più l’impaccio-impiccio delle primarie di centrosinistra, totem bipolare .

Magari resterà un sogno. Quello del  “modello Miccichè” - chiamiamolo finalmente col suo nome! - che mette assieme tanti. Quasi tutti: Forza Italia e Pd; ovviamente i centristi (senza Lagalla in campo ci sta anche Totò Cuffaro), compresi i renziani  con un passo di lato di Davide Faraone; ma anche la Lega e Autonomisti, perché «senza di loro non faccio niente», dove «loro» sta per Luca Sammartino e Raffaele Lombardo; e chi nel M5S  «la pensa come Giancarlo Cancelleri, uno dei pochi grillini che ne capisce di politica, tant’è che era disponibile su Lagalla», magari con una lista Conte da testare. Si fa prima a dire chi resterebbe fuori: Fratelli d’Italia e Nello Musumeci, con i lealisti azzurri, da un lato; i non pochi integralisti giallorossi, la sinistra e Leoluca Orlando, dall’altro. Il tripolarismo perfetto.

Ma anche il delitto perfetto. Con mandanti romani, ben nascosti; ed esecutori siciliani, talvolta pasticcioni, che lasciano impronte digitali qua e là.

Assai complicato. Non è mai troppo tardi, ma per Palermo  comincia a esserlo. Tant’è che i big  regionali di Pd e M5S ormai ragionano in queste ore di un campo largo meno smisurato: sondare i renziani (soprattutto per la potenza di fuoco di Edy Tamajo) e allearsi  con Fabrizio Ferrandelli, leader di  +Europa a sua volta federata con i calendiani di Azione. Trattative in corso, mentre si stringe su un candidato sindaco, «un civico d’area, gradito anche a Ferrandelli, che potrebbe mettere d’accordo tutti». L’identikit sembra proprio quello di Franco Miceli, 69 anni, ex presidente dell’Ordine degli architetti di Palermo, già assessore di Orlando dal 1998 al 2000. E se invece fosse lui stesso medesimo? «Sono uno dei pochi che non si candida e uno dei pochissimi che non si diverte con il gioco dei veti incrociati», risponde - come uno che sa il fatto suo - il portabandiera dei “Coraggiosi” palermitani.

 Twitter: @MarioBarresi
      

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