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Eutanasia, avviso di garanzia per Exit Italia su caso donna di Paternò

Di Redazione |

Un avviso di garanzia è stato notificato a Torino dai carabinieri di una stazione locale ad Emilio Coveri, responsabile di Exit Italia, associazione che promuove il diritto all’eutanasia. Il provvedimento è stato spiccato dalla Procura di Catania e riguarda il caso di una donna di Paternò (Catania), di professione insegnante, deceduta lo scorso aprile in una clinica svizzera che pratica il suicidio assistito. Non è chiaro se il reato ipotizzato dagli inquirenti è “l’omicidio del consenziente” o se, come è più probabile, si tratta di «aiuto al suicidio».

La donna, secondo quanto è stato ricostruito, aveva 46 anni e pativa una depressione e una nevralgia cronica, la sindrome di Eagle. E’ deceduta il 27 marzo in una struttura nei pressi di Zurigo riconducibile alla clinica Dignitas, che risulta in contatto con l’associazione Exit Italia.

«Me lo aspettavo. Ora mi onoro di essere indagato come Marco Cappato. Anche se io, a differenza sua, non ho fatto proprio nulla di eroico». Lo comunica Emilio Coveri, dell’associazione Exit-Italia, alla notizia dell’avviso di garanzia che gli è stato fatto consegnare dalla procura di Catania nell’ambito di un’indagine sulla morte di un insegnate di Paternò. Cappato è il politico e attivista dei radicali che nel 2017 portò il Dj Fabo da Milano a Zurigo per l’ottenimento dell’eutanasia. «Un eroe – dichiara Coveri – che ha compiuto un gesto d’amore e compassione e poi si è autodenunciato. Ho immediatamente pensato a lui». «Ci rimane il fatto – aggiunge il responsabile di Exit Italia – che tutti noi che crediamo veramente in quel diritto di libera scelta che ci stanno negando, siamo amareggiati: la politica, invece di discutere una normativa di legge sull’eutanasia e suicidio assistito in Italia, pensa soltanto a litigare per le solite sporche e ormai vetuste ideologie».

Aggiornamento: Emilio Coveri, dell’associazione Exit-Italia, è indagato dalla Procura di Catania per istigazione al suicidio. La magistratura etnea gli ha fatto notificare, contestualmente, anche un invito a comparire. Dovrà presentarsi il prossimo 25 luglio in Procura a Catania per essere sentito dall’aggiunto Ignazio Fonzo e dal sostituto Angelo Brugaletta che col procuratore Carmelo Zuccaro sono titolari del fascicolo.  Al centro dell’inchiesta il ricorso all’eutanasia il 27 marzo scorso in una clinica in Svizzera di una 47enne della provincia etnea. La donna non era malata terminale, ma da tempo soffriva di una grave forma di depressione. Secondo l’accusa, l’associazione «tramite mail e telefonate» avrebbe «rafforzato la donna nella sua decisione di togliersi la vita». La Procura, in un ricorso per ottenere il sequestro cautelativo dei beni della donna, sottolineò come «dai primi elementi di indagine appare assai dubbia la sussistenza dei requisiti richiesti per il suicidio legalmente assistito praticato anche per l’ordinamento svizzero, ossia ‘patologia incurabile, handicap intollerabile o dolori insopportabili, debitamente certificatì alla luce della certificazione medica rilasciata alla donna e delle patologie alla stessa diagnosticate». La Procura ricordò anche che la legislazione Elvetica considera reato il «fine egoistico, come quello finalizzato ad appropriarsi dei beni materiali di chi viene istigato o aiutato al suicidio». E i magistrati di Catania vogliono chiarire la «qualità di socia» della donna dell’associazione svizzera che ha praticato l’eutanasia alla quale ha pagato 7.000 franchi, circa 6.200 euro, per assisterla nel suicidio. E il ruolo dell’associazione Exit-Italia. COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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