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Crack La Celere, condannato l’ex leader degli istituti di vigilanza

Il Tribunale ha condannato a 4 anni l'ex assessore comunale Mario De Felice. Pena sospesa per la moglie e assolte le figlie.

Di Laura Distefano |

Sono passati dodici anni dal suo arresto. E quasi dieci dall’inizio del processo. Ieri è arrivata la sentenza che scrive l’epilogo – ma solo del primo grado – del processo per bancarotta fraudolenta a carico di Mario De Felice e dei suoi familiari. Al centro del dibattimento i conti de La Celere srl, società che stava dietro a un istituto di vigilanza, dichiarata fallita nel 2009.

Il Tribunale di Catania, collegio presieduto dalla giudice Grazia Caserta, ha condannato ieri l’ex assessore comunale della giunta del sindaco (scomparso) Umberto Scapagnini a 4 anni di reclusione. Alla moglie Giovanna Genovese, invece, è stata inflitta una pena a due anni (pena sospesa). Assolte da ogni accusa le due figlie. Nel procedimento si è costituito parte civile, ma solo nei confronti della moglie (difesa dall’avvocato Mario Di Giorgio), la curatela de La Celere che è assistita dall’avvocato Tommaso Tamburino. Non si è potuto procedere nei confronti di De Felice, che ha affrontato le udienze a piede libero, poichè già era incardinata un’azione di responsabilità in sede civile.

Le indagini

Il processo è figlio di un’inchiesta condotta dalla guardia di Finanza e coordinata dalla procura che partì da una denuncia presentata dai componenti del collegio sindacale e da alcuni lavoratori. Nell’esposto si ipotizzava la “mala gestio” dell’amministrazione riconducibile a De Felice. L’imprenditore – secondo il teorema accusatorio – dal 2005 avrebbe costantemente trasferito risorse economiche e beni aziendali per scopi personali e questo avrebbe condotto al crack dell’impresa.

La difesa

L’avvocato Mario Brancato, difensore di De Felice che fin dall’inizio ha rispedito al mittente le accuse, si dice parzialmente soddisfatto dalla sentenza emessa che «impugneremo subito dopo il deposito delle motivazioni. Ma il dibattimento e il dispositivo, con l’assoluzione delle due figlie, hanno ridimensionato notevolmente il quadro accusatorio inizialmente prospettato e siamo certi che in appello ci saranno altri margini per poter dimostrare che non vi sia stata da parte del cavaliere De Felice alcuna condotta fraudolenta»COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA