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Editoriali

Lo zoo della politica ai seggi, ma per la Sicilia è comunque un test interessante

Un pit stop di un paio di giorni, poi riprende la danza che porta alle Regionali 2022 e prima ancora all’elezione di altri sindaci, su tutti quello di Palermo

Di Antonello Piraneo

Squali dell’affarismo, tonni (intesi come pesi massimi) e sardine (nel senso della leggerezza) nel mare aperto del consenso, scimmie (nel senso che scimmiottano toni e movenze dei loro punti di riferimento più o meno nazionali), serpenti (parenti), leoni (vecchi) che ruggiscono ancora, gazzelle pronte a correre verso mete inesplorate. E ancora avvoltoi, faine, sciacalli, foche ammaestrate a dire soltanto sì. Poche le aquile. Immancabile il contorno di nani e ballerine. Benvenuti allo zoo mobile che ha piazzato anche stavolta le proprie tante tende nei pressi dei seggi elettorali,  quel “bestiario” che un maestro di penna come Giampaolo Pansa fece diventare tratto distintivo della politica politicante italiana. 

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Oggi e domani si vota in un pezzo non marginale di Sicilia e anche senza capoluoghi chiamati alle urne è comunque un test interessante, specie laddove non ci sono le alleanze incestuose travestite da liste civiche, proprie delle amministrative periferiche. Caltagirone, in questo senso, è un po’ la capitale di questa tornata che interessa 45 comuni (compresi i tre inspiegabilmente al voto domenica 24), sperimentandosi soprattutto qui, nella città sturziana, l’asse Pd-M5S che prova a scalzare il centrodestra unito. 

Un pit stop di uno-due giorni per spulciare  i dati per forza di cose frastagliatissimi, poi si ricomincia con  passi in avanti, indietro e di lato: la danza che porta alle Regionali 2022 e prima ancora all’elezione di altri sindaci, su tutti quello di Palermo. Aspettando sempre di capire cosa accadrà a Roma, attorno al rebus del Quirinale.
Qualcosa però già emerge. Intanto che in ambito locale il ricambio generazionale è ancora più difficile che in campo nazionale, dove questi tempi tumultuosi fagocitano leader, trasformandoli in  cerini: si accendono e si spengono subito.

Le stagioni politiche si accorciano, si incrociano e alla fine si annullano fra loro. Il salvinismo è nato e forse pure morto al Papeete, il renzismo cerca da tempo nuovi e non scontati approdi per sopravvivere all’estinzione, il contismo sembra essere più un fattore estetico che riempie le piazze e non le urne, il melonismo vedremo, il Pd per definizione non ha un “ismo”. Il berlusconismo, quello è una categoria a parte, è durato vent’anni e più perché è andato molto oltre il recinto politico, sconfinando nell’analisi sociologica.

 

 

Città e paesi di Sicilia, a macchia di leopardo,  hanno ancora  i contorni del feudo, complice l’annunciata ridotta partecipazione al voto, che attiene anch’essa alla società liquida: penso che il mio contributo alla vita democratica si esaurisca con un post sui social e non passi piuttosto dall’assunzione di responsabilità apponendo un segno su una scheda.

Dalla vigilia elettorale emerge, poi e soprattutto, l’immutabilità dei problemi, le emergenze pressoché uguali ovunque, romantici e iconici borghi esclusi: il nodo rifiuti, gli scarichi fognari, le casse vuote e i servizi carenti, il lavoro che manca, i giovani che se ne vanno. Cahiers de doléances che possono ben essere una lettura politica: al netto delle acrobazie imposte dai ridotti trasferimenti statali e regionali, in questi anni, in questi decenni per non far torto a nessuno, si è amministrato o disamministrato?

La legalità è una questione “a prescindere”, che non conosce oasi e che investe soprattutto i Comuni che tornano al voto dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose a Palazzo. Diciotto mesi canonici, due anni, tre anni tra proroghe e crisi pandemica, ma il tempo non è tutto. La fase commissariale può essere stata una sberla salutare - come quella che prendevamo senza allertare il Telefono Azzurro - o una parentesi ininfluente: dipende da come la si è vissuta, se con fastidio o con la consapevolezza che serve dare un taglio col passato e recidere le radici della malapianta. La più resistente, da queste parti.

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