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Editoriali

Mani Pulite, cosa si nasconde dietro quella rivoluzione incompiuta

È uguale o ha cambiato pelle? È più diffusa o meno diffusa di allora? A trent’anni dall’avvio dell’inchiesta Mani Pulite torna puntuale l’idea di decifrare la corruzione sulla base di quel precedente

Di Tommaso Rafaraci

È uguale o ha cambiato pelle? È più diffusa o meno diffusa di allora? A trent’anni dall’avvio dell’inchiesta Mani Pulite torna puntuale l’idea di decifrare la corruzione sulla base di quel precedente. Cosa che, però, non è affatto facile. Da Mani Pulite, occorre riconoscerlo, imparammo cos’è la corruzione sistemica, almeno quella legata ai partiti politici. Ma il contesto del 1992 fu assai peculiare e diremmo irripetibile: troppo nudo era allora il re perché qualcuno non finisse per dirlo a voce alta (con i noti effetti deflagranti e le discutibili altrettanto note forzature).  Oggi va piuttosto allargato il campo volgendosi verso versanti più vasti, che le singole inchieste non consentono di attingere in modo nitido e ragionato. 

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Non si tratta certo di affidarsi ai report di Transparency International, che riferiscono solitamente soltanto della “percezione” della corruzione, ma ai dati reali (purtroppo sempre parziali e gravati da un’alta “cifra oscura”) che indicano la pervasività di un fenomeno di vasta estensione: dalla dimensione pulviscolare ed episodica, tipica della corruzione burocratico-amministrativa, che rispecchia il prototipo tradizionale dello scambio corruttivo, alle sempre più preoccupanti forme di corruzione sistemica, costruite attraverso l’interposizione di mediatori, faccendieri, facilitatori, etc., nelle quali sfumano i contorni dello scambio illecito, con tutta la conseguente maggiore difficoltà di accertamento. La spesa pubblica fa gola a grandi e piccoli.

Peculiarmente, la spinta a integrare il quadro degli strumenti di contrasto, non è per nulla un effetto delle indagini di Tangentopoli, ma si deve a diversi atti normativi di fonte internazionale, che hanno prodotto, soprattutto nell’ultimo decennio (dopo un ventennio circa, quindi), sviluppi assai sensibili, fino a spingere decisamente oltre il segno la gamma degli istituti repressivi.

Per la verità, il primo di tali interventi, la “legge Severino” del 2012, oltre a modificare, com’è noto, il volto dei reati corruttivi, ha puntato su un approccio integrato, aprendo innovativamente alla prevenzione amministrativa: trasparenza, inconferibilità o incompatibilità degli incarichi, conflitti d’interesse, piani di prevenzione della corruzione, vigilanza sugli appalti sono divenuti elementi essenziali di un nuovo paradigma preventivo, che si è gradualmente collegato all’attività dell’Anac. L’obiettivo è introdurre anche nel settore della Pubblica amministrazione la cultura della compliance sorta nel settore privato e implementata in Italia dal d.lgs. 231/2001 in materia di responsabilità da reato delle società. Codici etici, modelli di organizzazione, gestione e controllo mirano alla prevenzione scommettendo sulla cultura delle regole. Ma compliance  è oggi parola fin troppo di moda e il rischio avvertito è quello di un ossequio formale e  ritualistico a protocolli alla fine vuoti di efficacia. 

Il tradizionale fronte repressivo è decisamente connotato da un oltranzismo senza precedenti. Dopo la legge n. 69 del 2015 e soprattutto la legge “Spazzacorrotti” (n. 3/2019), la corruzione è trattata, sotto molti profili, come la criminalità organizzata: un’emergenza che merita binari normativi diversi da quelli ordinari, sia penali che processuali: dall’inasprimento delle pene alla non punibilità per la collaborazione, dalle pene accessorie alla preclusione dei benefici penitenziari e alla misure di prevenzione, alle interdittive prefettizie, agli agenti sotto copertura, all’uso del trojan horse e così via. Insomma un apparato infinito di norme di eccezione, segno di una politica legislativa che ha perso la testa di fronte a un fenomeno che non riesce a contenere.  

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