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Caso Sammartino, che fa Schifani? «Questa cosa si risolve, io ti aspetto…». Ma si parla già del sostituto: «Il nome lo farà Salvini»

Le ricadute sulla scena politica dell'inchiesta Pandora con possibilità di una nuova nomina per l'ex vicegovernatore in caso di "riabilitazione" del Riesame

Di Mario Barresi |

«Non ti preoccupare, Luca, stai tranquillo». Una delle prime telefonate di ieri mattina, prima del tam-tam di agenzie e siti sul blitz etneo, Luca Sammartino la fa al presidente della Regione. Che lo conforta. Magari Renato Schifani è già sveglio, quando alla porta del suo fidato vice bussano i carabinieri per notificargli la misura di sospensione di un anno dai pubblici uffici. «Questa cosa si risolve, io ti aspetto…», lo rassicura con tono paterno.

E dire che fino a meno di due anni fa – in quell’estate di urne e di sudore – i due non s’erano mai visti. La prima volta, un pranzo in una trattoria di Santa Maria La Scala, all’esordio sotto il Vulcano di Schifani candidato governatore, Sammartino all’inizio gli dà persino del lei. Un po’ per ragioni anagrafico-reverenziali (lui, classe 1985, quando l’attuale governatore entrò a Palazzo Madama aveva 11 anni), un po’ per la pregressa attività di agit-prop dei “No Nello” con il piano, poi fallito, di candidare Raffaele Stancanelli a Palazzo d’Orléans. Ma i due ruppero presto il ghiaccio. I testimoni di quel convivio di agosto 2022 ricordano che il primo tema che li fece sintonizzare fu «l’accanimento di certa magistratura».

Il feeling

Da lì in poi fu un crescendo di feeling: dal bagno di folla con Matteo Salvini alle Ciminiere di Catania (Schifani arrivò in giacca e cravatta e finì in maniche di camicia srotolate, dicendo di sentirsi «a casa»), al trionfo elettorale, dal varo della giunta all’asse di ferro fra il presidente e il suo vice, prezioso pontiere per risolvere un paio di rognose questioni col governo nazionale, come la revisione dell’accordo di finanza Stato-Regione col sigillo di Giancarlo Giorgetti. Questione di fiducia, ricambiata con delicati ruoli di ambasciatore a Roma e all’Ars.

Ed è per questo che quando Sammartino firma la lettera di dimissioni, specificando che non è accusato di mafia né di voto di scambio, ringrazia il presidente «per la fiducia dimostrata nei miei confronti e per il lavoro svolto fin qui». Ed è per questo che Schifani, a stretto giro di posta, afferma di confidare «pienamente nella possibilità che l’onorevole Sammartino possa dimostrare la propria totale estraneità ai fatti che gli vengono addebitati» e ricorda come «lo stesso abbia ricoperto il suo doppio ruolo istituzionale con decoro, lealtà e trasparenza».

Come Godot

Schifani aspetta Sammartino. Come Godot. Il governatore ha assunto l’interim all’Agricoltura e si riserva la scelta del nuovo vice. Confidando, come del resto la difesa dell’assessore leghista, nell’esito del ricorso al Riesame. Fino al punto di rinominarlo in caso di riabilitazione? Non è dato saperlo, ma da Palazzo d’Orléans filtra una linea: «Il nuovo nome dovrà darlo Salvini. Se sarà di livello, potrei confermare la vicepresidenza. Altrimenti sceglierò io fra gli altri assessori». Ma, semmai, dopo le Europee.

Sammartino resta deputato “semplice” all’Ars. Una consolidata interpretazione della legge Cartabia, infatti, non contempla fra i «pubblici uffici» le cariche elettive. E così, da leader carismatico della Lega in Sicilia (a maggior ragione dopo la rottura del patto con Raffaele Lombardo), l’ex renziano si trova davanti a un doppio problema: la tenuta di un partito in cui la minoranza ostile gongola per i suoi guai giudiziari e la gestione della campagna elettorale. Lui continuerà a «servire la mia comunità e il mio territorio svolgendo la mia attività politica». Una rassicurazione, per i suoi. Una minaccia, per i nemici.

Ma con quale agibilità da parte dei vertici della Carroccio? Salvini, che ieri ha comunque confortato il suo viceré siciliano in una lunga telefonata, non parla, ma si espone il suo vice Andrea Crippa: «Le indagini sono state chiuse nel 2021 ma solo oggi arrivano i provvedimenti, guarda caso a un mese dalle Europee, mi chiedo perché…». Coincidenza definita «sconcertante» dal commissario siciliano Claudio Durigon, che però si sbilancia: «Siamo certi che Sammartino saprà dimostrare la propria innocenza». Ma c’è già chi usa il caso Sicilia in chiave anti-Salvini.

Verso le Europee

Dunque, oltre all’affettuosa pazienza di Schifani, c’è pure la copertura del partito. Anche perché sarà proprio Sammartino a doversi comunque caricare sulle proprie spalle la lista per le Europee. A partire dal nome per cui s’è speso di più: Raffaele Stancanelli. L’ormai ex meloniano si trova adesso in mezzo alla bufera. Potrebbe tirarsi indietro, ma chi lo conosce assicura che non lo farà. E anche il tenore di un colloquio con Durigon fa ipotizzare che sarà così. Qualche giorno fa, quando Sammartino l’ha presentato ai suoi “grandi elettori” (sindaci, amministratori e consiglieri etnei) s’è spinto fino a dire che «è come se fossi io candidato: si vota Sammartino, si scrive Stancanelli». Si complica, invece, la trattativa con Totò Cuffaro. In questo scenario è quasi impossibile che Via Bellerio dia il visto all’ospitalità di uno o due candidati della Dc in Sicilia. E dire che l’ex governatore, in fondo, ci credeva. «Caro Luca, io c’entro con la Lega quanto te: niente, perché siamo tutt’e due democristiani», gli diceva, un paio di giorni fa, in un siparietto fra gli stand del Vinitaly. Non se ne farà più nulla.

m.barresi@lasicilia.it

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