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Pattavina e la sua Sicilia: «Quest’isola è una malia, ti conquista sempre»

«Provo amore e odio, come tutti i siciliani. La calpesti, la maledici, però ci ritorni sempre. Sole, mare, luce: è impagabile»

Di Ombretta Grasso |

Dritto come un fusto e con la consueta voce tonante, Pippo Pattavina sfoggia con eleganza i suoi strepitosi 84 anni “da ragazzo irresistibile” – «Guidare l’auto? Io in campagna ancora impenno con la moto», ride gongolando – passati in gran parte sul palcoscenico. Fuoriclasse del teatro nazionale, a lungo protagonista di grandi successi di una indimenticabile stagione del Teatro Stabile di Catania, è in scena da 68 anni: «Recitare non mi stanca mai, crollo dopo, quando scendo dal palcoscenico».

Progetti per la stagione estiva?

«Sono in pausa. Ho avuto richieste per due film, ma probabilmente ne farò uno solo di cui non posso dire nulla. Non amo il cinema, non lo vado a cercare, non ho la febbre, anche se dà una grandissima popolarità. Da questo punto di vista sono un cretino…».

Il teatro è l’amore per sempre?

«E’ tutta la mia vita, sogno teatro tutte le notti, vecchi e nuovi personaggi ma anche incubi. Sogno, per esempio, di arrivare in ritardo allo spettacolo. Corro come un disperato e non arrivo mai e quando ci riesco ho dimenticato completamente la parte e mi prende il terrore…».

Un teatro in gran parte siciliano.

«Nasco come primo attore comico, anzi brillante, ma ho recitato tutto, i caratteri, i primi attori, il dramma e il comico. Non mi piace fossilizzarmi in un campo».

In scena testi dei più grandi autori siciliani. Il preferito?

«Quello che amo di più è Pirandello, c’è poco da fare. Pirandello “è” il teatro, è il più grande autore del 900. E’ sempre un piacere, una scoperta continua. Da due anni interpreto “Uno, nessuno e centomila” eppure mi capita di ripensare a quella battuta che dico in un modo ma alla quale potrei dare un altro colore… E’ un mondo».

C’è un ruolo che sogna ancora?

«Ho avuto tanto dal teatro, dal pubblico. Mi piacerebbe “Il berretto a sonagli” e vorrei tantissimo recitare al Teatro greco a Siracusa. Ma non mi hanno mai chiamato».

Anche con la Sicilia è un grande amore?

«Amore e odio, come provano tutti i siciliani. Ma l’amore è sempre di più. Sole, mare, luce, cultura, cibo… la Sicilia è impagabile. Amo la nostra vitalità che non si trova da nessuna altra parte. Poi, Catania è un mondo a parte, è l’emblema della gioia di vivere. Ogni catanese ha il vulcano dentro, una specie di febbre addosso, una energia incontenibile. Ho trascorso 68 anni con la valigia in mano in tournée e capita spesso in altre città di trovare il deserto alle 8, alle 9 di sera. Come avessero buttato le bombe atomiche. Devi faticare a trovare un posto dove cenare, non si vedono persone per la strada. Il catanese invece non ama la casa, gli piace stare fuori a qualsiasi ora».

Cosa non apprezza e dei siciliani?

«Il lassismo che hanno e che ho anch’io. Questo adagiarsi continuamente, sperare che gli altri facciano per te, essere fatalisti, indolenti. Se quelli che governano non vanno bene, il siciliano pensa che prima o poi cadranno, che qualche cosa succederà ma senza che faccia qualche cosa in prima persona, senza esporsi, non si assume responsabilità».

Catania città teatrale?

«Dopo il Covid è cambiata tantissimo però c’è un risveglio, i catanesi amano andare a teatro, amano lo spettacolo. Sono loro stessi teatranti».

Un posto del cuore in Sicilia?

«Per me è sempre a Catania: la Plaia, una spiaggia di bellezza inenarrabile che purtroppo non vediamo, prigioniera di parcheggi e costruzioni. Devi infilarti tra i lidi per trovare qualche metro di sabbia libera. Una cosa che non sopporto, perché Catania è una splendida città sul mare, ma lo vediamo solo andando verso Ognina. Io farei la Plaia come Copacabana, popolata tutto il giorno da migliaia di persone».

Eppure Catania è diventata una città turistica.

«Una cosa meravigliosa. Malgrado tutto, malgrado quello che la città offre, la spazzatura, il traffico caotico, il disordine, le strade sporche, Catania mantiene il suo fascino. I suoi difetti sono tanti, ma si possono correggere e io mi auguro che si correggano».

La principale caratteristica?

«A Catania mangiare è la prima richiesta, si mangia a tutte le ore, ovunque. Se vai a teatro o al cinema la domanda è “dopo unni mangiamu?”. Il catanese è un epicureo, ama tantissimo il cibo, il sesso, e gli affari. E’ il lato più straordinario. Se gli parli di cibo gli occhi gli brillano».

I siciliani sanno ridere?

«Una qualità che condividiamo con i napoletani. Siamo amanti della battuta, poi il catanese è caustico, un po’ cattivello ma con grande simpatia. Non rinuncia mai alla battuta, è spassoso, chiacchierone, attore nato».

In questi giorni si ritorna a parlare del Ponte. Favorevole o contrario?

«Io sono d’accordo, mio figlio, che ha quasi 50 anni, non lo vorrebbe più. Lui ama il traghetto, l’arrivo in Sicilia dal mare, lo spostamento lento in cui ti godi il territorio. Visivamente è più bello e anche più romantico attraversare lo Stretto con il traghetto. Forse i più giovani hanno un modo diverso di vedere le cose. Però, d’altra parte, il ponte significherebbe avvicinare la Sicilia al continente, migliorerebbe gli spostamenti, sarebbe estremamente positivo. Non lo vedrò sicuramente perché ne sentiamo parlare da decenni».

Si gira la nuova stagione di “Makari” e a Siracusa la serie Netflix “Il gattopardo”. Fiction acchiappa-turisti.

«Veicoli pubblicitari straordinari per il territorio, pensa quello che ha portato “Montalbano”. E chiunque venga non resta deluso. Ma lo sappiamo: la Sicilia è una terra bellissima, è una malia. La pesti, la calpesti, la maledici, però ci ritorni sempre perché sempre ti conquista».

Sbaglia chi ci governa o sbagliano i siciliani?

«E’ la politica e siamo anche noi perché non riusciamo a impegnarci, a farci valere, lasciamo correre e invece dovremmo fare le rivoluzioni e veramente fare in modo che politicamente tutto cambi e non ci siano connivenze, serbatoi di voti, categorie intoccabili. Questo mi fa arrabbiare. Ad esempio, pub e dehors, ormai troppi, hanno “mangiato” tutti i posteggi di Catania».

Il centro storico è molto cambiato.

«Stanno buttando fuori quelli che, come me, ci abitano. Non c’è nessuna protezione per i residenti, nessuno interviene. Non si fanno osservare le regole, gli orari e i decibel, non si prendono multe. Per non dire dei parcheggi, ogni volta che rientro con l’auto devo farmi il segno della croce. Come diceva tantissimi anni fa Turi Ferro in uno sketch a “Il ficodindia”, “l’auto si dovrebbe gnutticare… e mettere in tasca”. Ed era 40 anni fa».

Catanese di scoglio o di montagna?

«Ma qui c’è tutto: mare di sabbia e di scoglio, campagna e montagna… Cosa puoi pretendere di più?».COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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