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Il 25 aprile dei militari internati italiani

A Roma un museo interattivo racconta la vita degli IMI

Di Redazione |

(di Alessandra Magliaro) (ANSA) – ROMA, 25 APR – C’è un’altra Liberazione, meno nota, meno popolare, ma che non va dimenticata. E’ quella degli IMI, gli internati militari italiani che dopo l’8 settembre 1943 avevano detto no con coraggio e sapendo di rischiare. Sono circa 650mila persone che furono catturate e mandate nei campi di lavoro nell’area del Reich (Germania, Austria, Polonia e Cecoslovacchia) da cui non tornarono in 50mila. Gli altri soldati alla Liberazione dell’aprile del 1945 tornarono dopo aver fatto le famigerate ‘marce della morte’ lungo tutte le strade dell’Europa centro-orientale, in condizioni di grande disagio, psicologico oltre che fisico. Rimisero piede a casa e vollero dimenticare così come tanta parte degli italiani. Voluto da loro stessi o dalla società cadde l’oblio su quei migliaia di ex militari internati, chiusi nel silenzio della loro brutale esperienza. Così può capitare di andare in visita al Museo degli internati italiani, inserire nel data base interattivo il proprio cognome e scoprire di esserci, con un parente, un genitore che mai aveva voluto ricordare quei momenti in cui dicendo NO! alla collaborazione con il nazifascismo finì in un lager. Un’emozione che, raccontano i volontari dell’Associazione che prestano la loro cura al museo a Roma in Via Labicana nei pressi del Colosseo. ll Lessico biografico degli IMI, il data base realizzato dall’ANRP annovera schede biografiche del maggior numero possibile dei 650mila. A parlare per loro in queste stanze del museo interattivo sono gli oggetti, la gavetta, gli abiti da lavoro, i disegni, i mini libri che permisero loro di restare in vita. E’ come se fosse la loro ‘voce’ oggi, ognuno ha una storia che è ora di raccontare e che oggi può dare il senso di una Resistenza non ben riconosciuta e di una testimonianza spesso unica. E’ un museo fatto in tanta parte con le donazioni: come per le 400 foto scattate clandestinamente dell’ufficiale Vittorio Vialli internato a Luckenwalde, a Benjaminowo, Sandbbostel e Fallingbostel che con il sostegno dei compagni riuscì a nascondere una piccola Leica e documentare la prigionia in quei campi. C’è persino un violino, rivenuto ancora intatto da Luigi Manoni mentre spalava le macerie di una casa vicino ad Amburgo distrutta dai bombardamenti anglo-americani, uno strumento che fu di grande conforto e che gli fu permesso di suonare. Gli Imi, in base all’accorto siglato il 20 luglio 1944 tra Hitler e Mussolini, da internati militari divennero ‘lavoratori civili’, questa trasformazione rese più efficiente lo sfruttamento coatto da parte della Germania, in violazione di ogni residuo di diritto internazionale. Lavorarono nelle fabbriche, nei campi, nelle miniere e nello sgombero delle macerie, si svegliavano prima dell’alba e scortati da guardie armate percorrevano a piedi i luoghi di impiego. Dopo l’annuncio dell’Armistizio con le forze alleate, letto alla radio dal maresciallo Pietro Badoglio, centinaia di migliaia di soldati e ufficiali, disorientati dal caos di quei giorni e dalla mancanza di direttive furono ammassati nelle caserme e costretti a consegnare le armi ai tedeschi. Stipati nei treni, 40 e più in ogni vagone senza possibilità di sdraiarsi e dormire, vissero, in alcuni casi anche 15 giorni, una situazione di fatto insostenibile. E non andò meglio ai militari italiani all’estero, costretti dai tedeschi a fare una parte del viaggio in mare in navi attaccate e affondate. L’ultima sala è dedicata alla Liberazione, un 25 aprile di sofferenza per tutti i sopravvissuti. Tra i reperti donati dal sottotenente Michele Montagano c’è anche una pesante tuta, con qualche macchia di sangue, rinvenuta e indossata al momento della liberazione. Che non fu immediata: fu alla fine di agosto del 1945 il rimpatrio degli italiani, prima dai centri di raccolta inglesi e americani e poi di campi russi. Tornarono gli ex deportati in modo confuso e dopo estenuanti giorni di viaggio, passando per il Brennero e giungendo a Pescantina nei pressi di Verona, dove vennero convogliati per essere avviati alle loro case. Tornarono e rimasero ‘diversi’ per tutta la vita.

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