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Rosalba e Laura, prima unione civile in città:
«Speriamo che si apra un periodo positivo»

Le spose, bellissime e commosse, dicono «sì» circondate da parenti e amici

Le spose erano bellissime. Rosalba Caruso, in abito lungo di pizzo bordeaux, con un generoso décolleté e una parure di gioielli in oro e granati, e capelli lunghi e morbidi raccolti dietro la nuca e fermati da una rosellina rossa. Laura Testa in tailleur pantaloni di Pignatelli, color blu cobalto e taglio coreano con camicia e plastron di seta bianco su bianco fermato da una spilla gioiello, capelli corti e sbarazzini. Entrano nella corte di Castello Ursino mano nella mano, gli occhi lucidi dall’emozione, lo sguardo felice e fiero di chi, infine, ce l’ha fatta. Sono loro le prime, a Catania, a unirsi civilmente, loro il primo certificato di unione civile. Ed è stata dura arrivarci.

Ora, dopo sei anni, sono davanti al sindaco Enzo Bianco che ha voluto celebrare la loro unione, rinnovando la scelta che le due donne hanno fatto un anno addietro quando si sono iscritte nel registro delle unioni civili comunali sebbene avesse solo un significato simbolico e politico: fare da sprone alla legge che adesso, infine, è arrivata, la numero 76 del 20 maggio 2016. Il rito è incerto, provvisorio, perché il ministero non l’ha ancora codificato. Bisognerà attendere gennaio, ma i princìpi, quelli cui le unioni civili devono attenersi, sono chiari: obbligo di assistenza morale e materiale e di coabitazione; condivisione dell’indirizzo familiare e sua gestione in base alle possibilità di ognuno; regime patrimoniale di comunione dei beni, a meno di espressa scelta differente. Gli stessi obblighi di ogni coppia, eccetto quello di fedeltà, quasi a svilire l’amore omosessuale.

Per non dire che di coppia non si parla mai, né di sposi. Il termine indicato dal ministero è spersonalizzante: «le parti». Per cui Bianco deve chiedere «se intendete costituire un’unione civile», niente matrimonio, e alla risposta positiva, conclude, secondo disposizione, «le parti sono unite civilmente». Che poi, per una beffarda eterogenei dei fini, dire «le parti» è come sottolineare che la loro, insieme, è un’unione speciale, un’unità. Per non parlare dell’obbligo di presentare un certificato penale immacolato che, invece, alle coppie eterossessuali non viene richiesto. Come dire che le coppie etero possono essere criminali - «ne abbiamo celebrato di matrimoni in carcere, con assassini con fine pena mai», commenta imbarazzata una funzionaria dell’anagrafe - mentre per quelle omo l’onestà è obbligatoria.

Inciampi che dicono che c’è ancora tanta strada da fare. Ma oggi non importa, oggi è un giorno di festa e le spose si guardano negli occhi felici quando dicono «sì», quando si scambiano le fedi. Rosalba la bacia, prima di metterla al dito di Laura. E questo è l’unico bacio di una cerimonia improntata a grande pudore. Gli altri saranno per i genitori, per gli amici, e anche per il sindaco e per i rappresentanti dell’Arcigay che hanno voluto partecipare a questo importante momento reso possibile anche dall’impegno lungo anni di tanti dei loro militanti e volontari.

Ora è il momento degli auguri e del brindisi, champagne e calici in alto con tutti gli amici più cari, mentre il servizio fotografico è affidato ad una delle più importanti agenzie italiane. Il fotografo è un grande amico di Laura Testa.
Ai giornalisti che incalzano con tante domande, Rosalba, insegnante di sostegno, ricorda il loro primo incontro, sei anni addietro, a Milano dove Laura faceva la modella per Cavalli e Armani. «Venivo da una storia difficile con un uomo... Laura mi ha corteggiata, mi ha conquistata. All’inizio io non accettavo di stare con una donna, ma poi mi sono detta: “vuoi l’amore?”. E ho scelto la felicità. Il difficile è stato dirlo ai genitori, ma loro amano i figli...». E Laura concorda, anche per lei è stato così, ma «i genitori amano i figli». O così dovrebbe essere.

Progetti? Quelli di tante coppie: fare famiglia e avere dei figli. «Fuori dall’Italia, perché qui siamo indietro e non è possibile». Nessuna contrarierà all’adozione. «Ma va valutata caso per caso, in base all’equilibrio della coppia. Vale per gli omosessuali come per gli eterosessuali». Per entrambe «la speranza che si apra un periodo positivo per la città, che si superi il bigottismo, così come è avvenuto con il divorzio». Infine le spose vanno via, sotto una pioggia di riso, in una sfiziosa macchina d’epoca decapottabile.

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