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Poletti, la fuga dei giovani e la faccia come il cuore

Riflessioni sulla frase shock del ministro del Lavoro sui giovani che lasciano il Paese

Quanti saranno i siciliani fra i centomila giovani la cui fuga, per il ministro del Lavoro, è «un bene», visto che «questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi»?

Quasi diecimila. Per l’esattezza: in 9.823, nel 2015, hanno trasferito la residenza dall’Isola all’estero. E adesso sono in buona compagnia: la Sicilia, con 730.189 persone, è la prima regione d’Italia per emigrati.

Saziata la casereccia bramosia statistica, veniamo al punto. Giuliano Poletti sbaglia. Innanzitutto per il giudizio ingiusto nei confronti di chi è partito. Anche se fossero disperati dalla valigia di cartone legata con lo spago, meriterebbero rispetto. Tanto più che non è così: sono i migliori che se ne vanno. Nel “Lunedì Siciliano”, sul nostro giornale, c’è una rassegna, orgogliosa e dolorosa: dal laureato di Librino manager in Irlanda al fisico messinese vicepreside alla Sorbona, fino al chirurgo che brevetta in Canada il test anti-tumori. Al ministro questi «pistola» (per citarlo) non mancano. A noi sì. E molto.

Non ci mancava, invece, un politico che infierisse sulla generazione più maledetta dell’ultimo secolo. Breve galleria degli orrori. Monti: «Il posto fisso a vita per i giovani è monotono, è bello cambiare»; Fornero: «Non siate troppo “choosy” (schizzinosi, ndr) sul primo impiego»; e l’inarrivabile Padoa-Schioppa del «mandiamo i bamboccioni fuori di casa». Loro che dalla carriera hanno avuto tutto, lasciando parte dell’eredità di ruolo ai propri figli.

Loro come Poletti. Che, nel Renzi-quasi bis, riprende politiche occupazionali finora fallimentari. Dal flop del Jobs Act (solo effetto-placebo, in Sicilia nemmeno quello), al +32% nel 2016 dei voucher, buoni-sconto per nuovi schiavi in nero, all’aumento di Neet e, appunto, di neo-emigrati.

Poletti ha chiesto scusa: «Mi sono espresso male». Allora diciamo che stavolta il cervello in fuga (si spera col biglietto di ritorno) è stato quello del ministro. Che ha la faccia come il cuore. Nel quale, purtroppo, non c’è posto per i nostri Ragazzi Fuori.

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