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la polemica

Lidia Arena, la tiktoker “madrina” nelle fiere dei morti diventa un caso

La figlia di Giovanni Arena, ergastolano al carcere duro per mafia fa ancora discutere

Di Laura Distefano |

La tiktoker che ha creato uno scossone politico a Paternò per essere figlia di Giovanni Arena, boss catanese al 41bis dal 2011 dopo che fu trovato dagli agenti della Squadra Mobile – allora guidati da Giovanni Signer – quasi mummificato in un bunker a Librino dopo decenni di latitanza, pare aver conquistato il ruolo di “ospite” nelle varie “fiere dei morti” della provincia. E infatti, domenica scorsa, prima che scoppiasse il caso nella cittadina etnea, aveva fatto da promoter con una seguitissima diretta TikTok per una “bancarella” di giocattoli del tradizionale evento espositivo catanese.

La figlia dell’ergastolano

La figlia dell’ergastolano, con un passato travagliato anche lei, è considerata quasi una “star” dai commercianti. I clienti che pronunceranno il nome di Lidia Arena avranno addirittura diritto a un regalo per un acquisto di venti euro. Altro che influencer. Arena, alcune settimane fa, era già stata al centro della cronaca dei media per la sua lunga diretta live – che ha toccato punte di 40mila spettatori – in cui ha raccontato i particolari della cattura di suo padre. «È il mio eroe. E non mi interessa se mi giudicate male», ha detto ai suoi follower. Giovanni Arena riuscì a sfuggire alle manette nel dicembre 1993. Era tra gli indagati dell’operazione Orsa maggiore che portò alla sbarra la famiglia catanese di Cosa nostra. Fu condannato per mafia e omicidio. Quando fu catturato, dodici anni fa, era inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia. I suoi eredi criminali nei 18 anni di latitanza, ricevendo le sue direttive, crearono un impero della droga all’ombra del palazzo di cemento. Giovanni Arena rimase rintanato a casa sua. «Aveva un nascondiglio creato dietro il letto con un pezzo di compensato e una corda che tirava. Perché mio padre era un genio», ha spiegato la figlia ai cybernauti. Ma il 26 ottobre 2011 ha dovuto arrendersi. «Siete stati bravi», disse ai poliziotti. Da allora è dietro le sbarre, ma la figlia cerca tramite i social di tenere in alto “il nome”. Il nome di un mafioso.

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