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Cronaca

Morra al processo Montante: «Italiani hanno il diritto di sapere, non è una vicenda solo siciliana»

Il presidente dell'Antimafia nel bunker nisseno per assistere al dibattimento nel quale è imputato anche il candidato del centrodestra alle Regionali, Renato Schifani

Di Redazione

«Spero che nell’economia processuale che si sta sviluppando oggi si possa avviare un percorso celere, perché credo che gli italiani abbiano il diritto a sapere cosa sia stata questa storia, di cui, aggiungo, ben poche testate stanno dando correttamente resoconto. Quindi, sono qui anche a sottolineare l'importanza di queste vicende che non hanno una portata esclusivamente siciliana». Il Presidente della Commissione nazionale antimafia Nicola Morra, si presenta così al bunker di Caltanissetta, per assistere al processo al cosiddetto "Sistema Montante", che vede tra gli imputati "eccellenti" anche l’ex presidente del Senato Renato Schifani, oggi candidato alla Presidenza della Regione siciliana per il centrodestra. Il politico è accusato di concorso in associazione a delinquere semplice e rivelazione di notizie riservate.

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Sotto processo a Caltanissetta anche l’ex direttore dell’Aisi Arturo Esposito, il caporeparto dell’Aisi Andrea Cavacece, il “re dei supermercati” Massimo Romano, il tributarista Massimo Cuva, il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, il sindacalista Maurizio Bernava, gli imprenditori del settore sicurezza Andrea e Salvatore Calì, Rosetta Cangialosi, Carmela Giardina e Vincenzo Mistretta (tre dipendenti di Montante), il poliziotto Salvatore Graceffa; il dirigente di Confindustria Carlo La Rotonda; il maggiore della Guardia di Finanza Ettore Orfanello; il luogotenente Mario Sanfilippo e il colonnello dei carabinieri Letterio Romeo. Il processo va verso la riunificazione con il cosiddetto 'bis' che vede alla sbarra altri imputati eccellenti, come l’ex Governatore siciliano Rosario Crocetta. Saranno così 30 gli imputati del "Processone" riunificato, dei quali 17 solo del processo principale.

Gli imputati del processo principale, a differenza di Montante e altri quattro imputati che avevano optato per il rito abbreviato, arrivato già alla sentenza d’appello, avevano scelto il rito ordinario.

Il dibattimento nei confronti di Montante era scaturito dall’inchiesta "Double face", condotta nel 2018 dalla Squadra Mobile di Caltanissetta e coordinata dalla Dda nissena. L’ex paladino dell’antimafia, secondo gli inquirenti, avrebbe messo in piedi un vero e proprio "sistema" di potere, ideato e attuato "grazie a una ramificata rete di relazioni e complicità intessuta con vari personaggi inseriti ai vertici dei vari settori delle istituzioni". Inoltre sarebbe stato al centro di una attività di dossieraggio realizzata, anche grazie a complicità eccellenti, attraverso l’accesso alla banca dati delle forze dell’ordine e finalizzata a ricattare "nemici", condizionare attività politiche e amministrative e acquisire informazioni su indagini a suo carico. 

Grazie ai suoi contatti e all’influenza che esercitava in alcuni ambienti istituzionali, l’imprenditore avrebbe creato una sorta di rete spionistica: in cambio di favori, esponenti delle forze dell’ordine gli avrebbero dato informazioni su inchieste a suo carico, dritte sui "nemici", consentito di avere pile di dossier su personaggi influenti. Secondo gli inquirenti Montante sarebbe stato la testa di una sorta di "governo parallelo" in Sicilia, e avrebbe "diretto" la vita politica e amministrativa dell’isola, piazzando suoi uomini in posti strategici. «E' stato accertato con sufficiente chiarezza - aveva scritto la procura nissena nella richiesta di arresto - che Montante, oltre a promettere e a far ottenere occupazioni lavorative, si prodigasse per soddisfare aspettative di carriera o trasferimenti di sede". Lo stesso Montante è atteso oggi per deporre nell’udienza del processo ordinario.

Secondo il presidente dell'Antimafia, Nicola Morra - che segue sempre da vicino questo processo -  «il Sistema Montante è un sottosistema di un agglomerato di relazioni di potere che, inficiando il dettato costituzionale, impone non il rispetto della legge, ma la conoscenza personale. Sappiamo tutt iche, ad esempio, essendo intercettato, Antonello Montante, con l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano, dava indicazioni su chi dovesse diventare prefetto in qualche provincia italiana».

«A noi questa è sembrata non solo una indebita ingerenza ma sono sembrate anche scelte finalizzate a depotenziare l’azione di contrasto di alcune procure e di parecchie prefetture al fine di impedire che l’azione antimafia fosse forte. Ho detto anche di alcune procure perché è stato assodato che Montante ha avuto anche rapporti, non occasionali, con una decina di magistrati, tra cui nomi importanti. Su quello si è deciso di investire il Csm che però ha sostenuto che non ci fossero gli elementi per procedere a una sanzione disciplinare, ma terzietà e indipendenza di magistratura devono essere garantite attraverso la distanza da certi soggetti».

Invece per Morra «molti magistrati hanno continuato ad avere rapporti con Montante» anche quando di sapeva che questi era indagato. «Di questo, a mio avviso, dovrebbero risponder - ha detto Morra - perché lo Stato va tutelato anche in termini immagine».

«Non si può avere a che fare con qualcuno che è accusato di ipotesi di reato gravissime, e non parlo di reati di opinione - ha concluso - Montante è riuscito a costruire un sistema di relazioni chiamiamole tossiche e perverse, che ha permesso allo stesso di potere indebolire sostanzialmente le istituzioni statali e non, soprattutto qui in Sicilia».

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