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il ricordo

Addio a Gioacchino Lanza Tomasi, il Gattopardo che amava Wagner

Figlio adottivo dello scrittore, raffinato e colto, musicologo, sovrintendente di grandi teatri

Di Filippo Arriva |

Viveva chiuso nell’universo sconfinato de “Il Gattopardo”. IL romanzo. Dentro quelle pagine che sono i “buchi neri” dell’animo umano – e quindi siciliano – che tutto sanno, tutto comprendono e a tutto rispondono. E’ stato un viaggio, quello di Gioacchino Lanza Tomasi, con “stazioni” – lascio a chi legge la scelta di pensare alla via Crucis o a un dolce percorso – stupende, che hanno segnato il mondo dell’arte. “Stazioni” tutte da ricordare, invidiare.Prendete, per cominciare, uno dei tanti libri che ha scritto e lo troverete fotografato giovanissimo tra Tomasi di Lampedusa e Lucio Piccolo. Uno dei più grandi romanzieri e uno dei più grandi poeti. E non dico della Sicilia, ma della magnifica letteratura di tutti i tempi. Il profumo di quella raffinatezza gli rimase sempre addosso, nel suo sguardo che a tratti si perdeva, nelle citazioni più ardite e lontane, nel suo canticchiare Wagner.

Sovrintendente al San Carlo di Napoli

Lo si poteva trovare in quel suo salotto al San Carlo, che era la barcaccia della sovrintendenza, tra le penombre che si sporgono dal palcoscenico, non perdeva una replica della “Walkiria” o del “Tristano e Isotta” seguendole a memoria, in tedesco (perché Gioacchino parlava diverse lingue). Senza farne sfoggio, come fosse cosa semplice e normale. Infatti, come ogni wagneriano era anche un belliniano.Esempio nordico sì, ma raffinato tra i cannoli e la Cappella Palatina, della cultura di un mondo – quello dell’autore del “Gattopardo”, soprattutto – che guardava a Nord. In Germania, in Inghilterra, in Austria, in Francia. Fu proprio con l’arte che segnò gli allestimenti del Teatro di San Carlo lasciando un segno alto, oggi irraggiungibile: sposare la musica ai grandi artisti: dall’“Elektra” di Strauss affidata a Kiefer all’“Orfeo ed Euridice” di Brice Marden alla “Walkiria” di Paolini.

Il personaggio di Tancredi ispirato a lui

Rientrato da un viaggio in Austria, in montagna, mi raccontò: «La mattina ho fatto colazione in albergo e sulla tovaglietta americana di un tavolo c’era, in tedesco, la famosa frase di Tancredi». Proprio quella che si ripete sempre, anche fuori luogo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. E aggiungeva: «Più che sui diritti del libro avremmo dovuto proteggere questa frase, oggi sarei ricco!».Una frase tutta sua visto che per il personaggio di Tancredi lo scrittore e padre adottivo guardò proprio a Gioacchino, un ragazzo affascinante, corteggiato, colto, voglioso di avventure e nello stesso tempo ambizioso. Era stato lui il prescelto per una eredità pesante, perché l’universo Gattopardo non è facile da indossare. Così mi raccontò nel corso di un programma (ben 5 puntate) su RadioTre durante le quali svelò il “Gattopardo segreto” e un po’ sé stesso.

Figlio di quella Palermo dolce e dorata, sanguinaria e corrotta

Sapeva di essere figlio di quella Palermo dolce e dorata, sanguinaria e corrotta, raffinata e colta come solamente le grandi città sanno esserlo: «Se un giorno Londra fosse distrutta – mi diceva – per farne una nuova mappa basterebbero i romanzi di Dickens; se fosse distrutta Palermo basterebbe “Il Gattopardo”».A quel libro rimase sempre legato con radici che si allungavano a dispetto della sua stessa vita e cultura. «Il romanzo di Tomasi di Lampedusa è il dolore di un uomo che vede morire la propria classe sociale, il proprio mondo. E questo nessuno te lo può ridare». E “I viceré”? Chiedevo da catanese. «L’opposto: la descrizione della morte dell’aristocrazia, ma da parte di chi la odia!».

Sul set de “Il Gattopardo” con Visconti e Burt Lancaster

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Un giorno mi regalò una “pennetta usb” con dentro la maggior parte delle sue foto da ragazzo. E come potevo non invidiarlo vedendolo accanto a Luchino Visconti nel corso dei sopralluoghi del film? Quel regista così simile a lui per cultura, raffinatezza, nobiltà e sguardo a sinistra.E soprattutto come potevo non “odiarlo” immortalato mentre parla con Burt Lancaster durante una pausa delle riprese. E lo raccontava con gioia, con quella schiettezza che gli permetteva di dire quello che pensava a tutti. Pagando spesso di persona (così al San Carlo di Napoli fu commissariato) perché la brutalità della politica non sa nulla della bellezza. Aveva l’“ingenuità” del giovin signore. In teatro parlava con i giornalisti, si sfogava, rivelava giudizi su cantanti e direttori tranne poi arrabbiarsi quando le sue frasi apparivano negli articoli. Perché parlare in Teatro, per Gioacchino, era come parlare a casa propria, con gli amici. E quindi nella certezza di una confidenza.

Eleganza di stile e di scrittura

L’eleganza di vita era eleganza di stile (nonostante le cravatte sempre un po’ slacciate sulle perfette camicie), eleganza di scrittura. Spero che si possano un giorno raccogliere tutti i suoi scritti sparsi. Saggi, introduzioni, ricordi, interventi. Articoli che meritavano essi stessi una recensione. Avevano sempre la morbidezza del suo sguardo, dell’ironico sorriso un po’ fuori linea. La metafora sempre azzeccata, la citazione rivelata. Era un dono leggere le sue cose. C’era in lui (oltre alla scontata definizione dell’ultimo Gattopardo) una poesia triste senza rime baciate, una cadenza musicale atonale carica d’armonia. Era Gioacchino Lanza Tomasi.Lo vedo chiudere il computer, ritirare la piccola memoria mobile che portava con sé e lasciare la sua stanza al San Carlo. «Il Teatro caro mio è un vizio, non ne esci». Dopo qualche passo si girava: «Come la sigaretta per Zeno, ma non c’è seduta che possa liberami!». E percorreva i corridoi come il personaggio di un romanzo mitteleuropeo, come il Casanova di Schnitzler. Con quel fascino ingannatore a cui nessuno sapeva, e voleva, sottrarsi.

Nell’oggi ignorante ci lascia soli

L’inquietudine dell’incalzante vecchiaia lo ha portato infine a Palermo, la sua città agrodolce, dove è arrivato «come un uccello il quale scende lentamente dalle sue eteree altezze per morire cominciò a tracciarle intorno volute sempre più strette». Con lui vola via un mondo, l’ultima parte di quella Sicilia che è metafora del mondo, dell’amore assoluto per il bello, il gusto per una vita che ha la cultura per ossigeno. E nell’oggi ignorante ci lascia soli. Sì, era un sogno che non esiste più. Addio Gioacchino, purtroppo la bellezza e l’esistenza non camminano di pari passo perché a scombinare le carte e i percorsi, le anime e i corpi, c’è la morte.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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