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Cultura

Ruben Brulat, l'artista immerso nella pietra lavica dell'Etna

Il dialogo con il vulcano e i suoi paesaggi Sculture, foto, suoni e performance per “dissolversi” nella complessità della natura 

Di Carmen Greco

Un’immersione totale nella natura, anzi una “fusione” corporea, primordiale ma attualissima. È la chiave della ricerca artistica di Ruben Brulat, fotografo, scultore, performer francese di 34 anni che gira il mondo per indagare il senso del rapporto fra uomo e ambiente alla ricerca di un dialogo ancestrale da “catturare” con diversi mezzi espressivi, dalle foto, ai video, alla registrazione del suono. 
Per tutto il mese di maggio il suo sguardo si è fermato sull’Etna, per abbracciarne i paesaggi, la gente, la potenza della natura. 
Non a caso s’intitola “Embrassement”, abbraccio, l’esposizione realizzata in residenza a Castiglione di Sicilia per il progetto artistico della cantina Cottanera.
Una “mostra” di foto e installazioni inaugurata il 4 giugno (e aperta fino al 15 ottobre) con una performance attraverso i vigneti. 
Vulcani, ghiacciai, territori desolati, geyser, Brulat li attraversa non solo con gli occhi ma con il corpo. Ed è quello che ha fatto anche sull’Etna perdendosi nelle distese surreali di roccia lavica.

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«La sensazione - dice fra una pausa e l’altra del suo lavoro - è quella di sentirmi quasi “poroso”, come se un fluido attraversasse il mio corpo. Una sensazione che si rivela nel qui ed ora, molto presente sull’Etna. Questo paesaggio rispetto ad altri vulcani è più “completo”, sia per la diversità della natura, sia per il legame che le persone hanno con l’Etna. Parlando con gli abitanti sono rimasto affascinato dal fatto che tutti loro abbiano creato una “relazione” con l’Etna che va al di là del rapporto che si può creare vedendo un vulcano ogni tanto. Il loro è un legame costruito giorno dopo giorno. Molti mi hanno detto “l’Etna siamo noi”, quindi si identificano con lui».
Per noi il vulcano è femmina... 
«Me l’hanno detto. All’inizio ho cercato di non etichettarlo in alcun modo, di abbandonarmi al flusso di questo paesaggio etneo. Dopo, ho capito che la relazione che avevano tutti era quella con la natura e la terra, e natura e terra sono femmine, quindi anche l’Etna è una sorta di presenza femminile».
Un grande poeta italiano dell’Ottocento come Giacomo Leopardi parlava di “Natura matrigna”, che ne pensa?
«Questo concetto di natura matrigna non dev’essere inteso in senso negativo, ma come “forza”. L’Etna ricopre in pieno questo ruolo perché è tramite la sua forza che fa sentire la sua presenza. La potenza della natura non si esprime solo tramite il pericolo, l’irrompenza, la paura. La potenza della natura è anche quella delle piante che emergono dai “buchi” della pietra lavica. C’è un aspetto “fluido” della forza della natura che pervade le cose, è la forza della vita che qui si esprime a vari livelli. L’Etna permette anche a chi viene da fuori di sperimentarli tutti».
Lei lavora con un banco ottico, una particolare attrezzatura che viene utilizzata per le foto paesaggistiche. Una tecnica che cattura in uno scatto i suoi “abbracci” con montagne e vulcani. Quando inizia un percorso ha sempre chiaro quale sia l’obiettivo da raggiungere?
«No, e questo è anche quello che mi piace. Ho un controllo su quello che faccio ma fino ad un certo punto, il resto è abbandono all’ignoto. Questo modo di lavorare mi offre grandi sensazioni ed emozioni. Il mio, non è un lavoro che porta alla conoscenza immediata di quello che sto facendo, è una sorta di cammino. Si fanno dei passi senza sapere dove si arriverà. Poi, pian piano, si capisce che c’è una meta e questa meta diventa la metafora di un viaggio anche all’interno di noi stessi, una meditazione».

 


Come si definirebbe? Fotografo, esploratore, filosofo, performer...
«Ci ho pensato tanto e alla fine ho capito che non mi importava essere etichettato in una categoria. Quello che mi interessa è vivere in presenza il luogo in cui mi trovo, riuscire a creare un dialogo che c’è o che potrebbe avvenire e che, domani, possa portarmi ad una consapevolezza. Un dialogo in cui tutto è connesso, per questo utilizzo diversi mezzi, dalla fotografia, al suono, alla scultura».
Oggi il legame con la natura vive una crisi senza precedenti e questa crisi l’abbiamo provocata noi. Quanto ne siamo davvero consapevoli?
«Io non credo che l’umanità stia perdendo il legame con la natura. È un legame che non potrà mai dissolversi, è un fluido costante che ci unisce tutti. Il problema non è perdere il dialogo con la natura ma capire come stiamo dialogando con lei. Forse dobbiamo cambiare il modo, perché nel momento in cui noi diciamo “l’uomo deve avere un legame con la natura” significa che fra uomo e natura c’è una cesura, una separazione e non dev’essere così. Viviamo in un unico fluido. Pensare a due settori separati è sbagliato. Quello che dobbiamo fare è cambiare i termini di questo dialogo, da ricercare non solo nella natura, ma dentro di noi».
Cosa le interessa di più nel processo artistico, la trasformazione, la connessione con l’ambiente, il trascorrere del tempo...
«All’inizio era il processo della dissolvenza: entrare a far parte della natura e lasciarsi andare per ascoltare in maniera attiva o passiva tutto ciò che mi circondava. Diventare parte della natura stessa, essere parte di un paesaggio, di una pianta. Sono venuto qui con l’idea di “dissolvermi” in mezzo alla natura, di lasciarmi andare, di perdermi per poi ritrovarmi e creare di nuovo legami intorno a me. Oggi penso alla mia esperienza artistica come una sorta di corda in cui esistono dei nodi. Ogni nodo corrisponde ad una connessione con quello che vedo e sento, una connessione da cogliere con strumenti diversi».
Lei parla spesso di fluido. Si sente come un fiume che scorre trasformando e trasformandosi nel paesaggio?
«Un fiume? È troppo complesso. Semmai potrei essere parte di questo fluido, una di quelle piccole piantine spontanee che sulle sponde del fiume vivono».
c.greco@lasicilia.it

 

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