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Editoriali

Covid: e se non fosse solo una questione sanitaria? Dietro il primato di Catania

Di Antonello Piraneo

E se non fosse soltanto una questione sanitaria? E se per spiegare il costante e triste primato catanese di contagi servissero rappresentanti delle istituzioni e sociologi piuttosto che  virologi e infettivologi, ormai stanchi di dire che siamo di nuovo “a rischio”? E se questi numeri plasticamente fuori registro tradissero un grave e profondo problema di ordine  pubblico, di controllo del territorio? 

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Possiamo allora farci delle domande su cosa sia diventata Catania oggi, al di là dell’emergenza Covid e guardando anche alle “cartoline” che offriamo ai media nazionali - le strade invase dai rifiuti dopo essere state fiumi in piena - magari sottolineando pure l’assenza di una vera classe imprenditoriale  e la timidezza di quella che una volta era la “borghesia illuminata”?

Volendo dannatamente bene a questa città, la nostra città, possiamo provare a dare a questi interrogativi risposte che non  siano comode, scontate, banali, tranquillizzanti e che invece mirano a prendere di petto le questioni?  Perché qualcosa qui davvero non torna. 

Le ragioni dei contagi, dunque. Troppo semplice dire che gli indici sono pesantemente influenzati dalla movida e dall’essere, Catania, porta d’ingresso di mezza Sicilia: Catania è città vivace, ma forse che a Palermo (dove mediamente, nelle ultime settimane, si registra molto meno della metà dei casi di positività rispetto al dato catanese) vanno tutti a letto dopo Carosello, ci fosse ancora Carosello? Catania è città di aeroporto, ma forse che da Punta Raisi non passa nessuno? Semmai Catania potrebbe essere aiutata dal non avere mezzi pubblici affollati, se è vero com’è vero che il virus predilige viaggiare su bus e metropolitane e da noi servirsi del trasporto pubblico è una sorta di extrema ratio per spostarsi in città.   

In realtà - azzardiamo senza amare le scommesse - dietro certi numeri si nascondono indolenza per le regole, profondo disinteresse verso la comunità, spiccato senso di impunità, deriva della spittizza  di cui ci siamo nutriti, convinti di esserlo davvero spetti, sfilacciamento del tessuto sociale già nella famiglia, la (cosiddetta) prima agenzia educativa: un mix micidiale che ingigantisce le falle pur evidenti del sistema di tracciamento, della gestione dei punti vaccinali e della “copertura” in provincia.

Il fastidio per la mascherina, il rifiuto del vaccino o di ciò che ci consiglia la scienza, in un certo senso si specchiano per esempio nella voluta e insistita incapacità di adeguarsi alla raccolta differenziata, di rispettare gli spazi comuni, con la sosta in doppia e terza fila come stile di vita.  Ma il catanese, teatralità a parte, non è antropologicamente diverso, chessò,  dai siracusani e dai ragusani: è il contesto che non aiuta, è vedere le strade della zona industriale devastate una volta di più dall’alluvione che dà il senso dell’abbandono. Peraltro i modelli positivi sono sempre più sparuti e fors’anche non capiti né apprezzati («Ma quest* che vuole?»), sostituiti al più da impalpabili leaderini di passaggio. 

Torniamo alle domande scomode: ci concentriamo e controlliamo - più o meno - via Santa Filomena, via Gemmellaro e il “distretto dei pub”, ma chi sa cosa accade davvero nelle troppe periferie della città e dei paesoni della provincia? Chi sa parlare - di vaccini e più in generale di legalità e di regole - alla gente di Librino, di Fossa Creta, di via Ustica? 

È vero: la sfiducia zavorra anche i più volitivi, e questi sono giorni, mesi e anni da tempesta perfetta per tutti: crisi, Covid, calamità naturali e umane. Ma Catania, la Catania seducente che pure (r)esiste, non può diventare Gotham City, la città buia e angosciante che ogni notte aspetta Batman per redimersi. Qui non servono supereroi, bastano persone normali che non vogliono essere prese a schiaffoni dalla vita. 

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