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Editoriali

La campanella senza tempo

Tutto ciò che rievoca quel suono che diventa "colonna sonora della vita adulta"

Di Silvana Grasso

La campanella il primo giorno di scuola, certi suoni annidano in uno spazio senza tempo, là dove non possono morire, là dove l’orgia social-mediatica, tecnologica, non può osare attentati talebani, può solo cedere agonizzare fugarsi. Questo spazio appartiene al catasto magico dell’infanzia, dell’adolescenza, della memoria felice, questo spazio è il perenne suggeritore di quel memento che non corre rischi, perché nessuno, anche volendo, potrebbe mai dimenticare volti occhi corpi gesti echi che, piantati nel terreno del reale, appagante ma morituro, migrano, poco a poco, in quel surreale dove tutto è ancora possibile, dove un misericordioso deus ex machina tramuta il ricordo, spesso accattonaggio di sopravvivenza, in rimembranza, senza tempo di calendari né consunzione né mistificazione. 

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Il passaggio da un suono di campanella “sgrammaticato”, a colonna sonora della vita adulta, la vita che polverizza necrotizza sbrana memorie disìi coscienze di  uomini, quella vita in cui nascere in covile o cuna (Leopardi) non fa nessuna differenza quanto a dolore affanno sofferenza. Il suono della campanella che, il primo giorno di scuola, ci radunava sullo spazio antistante il portone- per noi bambine il nastro bianco in testa, grande come ali di Icaro per il suo volo, per tutti il grembiule nero e a cartella, vecchiotta lieve, leggera, dentro una penna, un quaderno a quadri, uno a righe, il libro, chi ce l’aveva, pochi. La poesia dell’attesa, il sabato del villaggio, il sangue dei santi che tornava a sciogliersi immancabilmente ogni anno il primo d’ottobre, perché, a differenza, degli adulti, cinici trafficanti sospettosi, noi bambini eravamo la bianca carne che l’età adulta non aveva ancora contaminato d’inchiostro spurio maleodorante sporco.  

Noi tutti là, gli occhi al portone ancora chiuso, solo noi bimbi senza genitori, i padri a lavorare già alle cinque di mattina, le madri alla pila a lavare a mano i robbi di piccoli e adulti, attente a non spardari troppa acqua, troppo sapone a pezzi, così mia madre nella casa popolare di Corso Sicilia a Giarre, così le madri. Tra la piazzetta e la scuola elementare Don Bosco, il portone, un gigante buono, la pancia della balena, il sipario di una teatrino di paese che, alzandosi, annunciava l’inizio dello spettacolo e giù applausi a non finire sulla fiducia, ma più perché, sia pur per un tempo minimo, ognuno poteva accedere in un’altra vita e credersene, se non attore, almeno comparsa. A noi ragazzini  fuori dalla scuola,  giungeva la voce della bidella, una di famiglia, carusi nautri cincu minuti e apremu e, con la sua voce, la felicità che nulla fosse mutato almeno nella nostra Scuola, che ogni cosa, ogni persona fosse là il primo ottobre, là dove l’avevamo lasciata in giugno, ad aspettarci, forse ininterrottamente, anche durante le vacanze dell’estate. La Famiglia si riuniva, si riabbracciava perché per molti di noi fu Famiglia la Scuola, fu madre padre fratelli, fu un’adozione di sicurezza e affetti che, nei marosi della vita e nei vuoti d’amore, non mi ha lasciato mai, non mi ha deluso mai.

Tutti noi picciriddi sul piazzale pronti alla corsa, quasi centometristi in erba, non appena il suono sgangherato della campanella avesse fatto lentamente aprire il nostro sesamo, il vecchio portone, quel magico traguardo in cui arrivare primi. Quel suono, nel mio immaginario, sovrastava persino i boati non pacifici del Vulcano sopra le nostre teste, sopra la mia, impossibile non notarmi per via del colore dei miei capelli, quello di mio padre  Giovannino pilurussu, lontanissima  allora dal sospettare che un giorno, in un catasto non magico, quel magico colore russudiàvuli, che tanto aveva complicato la mia vita di bambina,  sarebbe stato oggetto di studio linguistico, indicato come “univerbazione grassiana” nelle centinaia di tesi di laurea e dottorato che mi riguardano, anche all’Estero. Mi ha salvato dalla lebbra della realtà la campanella sgangherata che furiosamente duellava col Vulcano alla mie spalle, quasi avessero forza pari.  Quel suono, sbiadito per molti che, sopraffatti dai suoni molesti della vita, clacson cellulari notifiche whatsapp rancori litigi disperazione, si sono infine arresi al mefitico Lete della dimenticanza, vive ancora nel catasto magico di altri, guardato a vista come santo graal dell’unica Vita che abbia mai avuto un senso. 
 

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