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Editoriali

Processo Trattativa, i limiti della ragion di Stato

L'avvocato e docente dell'Università di Catania Agatino Cariola commenta il dispositivo della sentenza della Corte d'assise d'Appello di Palermo

Di Agatino Cariola

Si può trattare con il Male? È questa la domanda che insorge subito a riflettere sulla vicenda della trattativa Stato-mafia. Della decisione della Corte di appello di Palermo si ha al momento solo il dispositivo: assolti gli ufficiali dei carabinieri perché “il fatto non costituisce reato”, cioè a dire nella traduzione della terminologia penalistica la vicenda fattuale è stata sì realizzata, ma alcuni dei suoi protagonisti (quelli di parte pubblica) non erano consapevoli del carattere illecito della condotta; assolto Dell’Utri per non aver commesso il fatto, cui quindi è risultato estraneo; confermate le condanne (sia pur con qualche riduzione) per le controparti della trattativa, cioè i soggetti mafiosi; e confermata nel resto pure la sentenza di primo grado. 

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Da cittadino spero che la vicenda si fermi qui, e sono d’accordo con Lupo nel suo intervento su questo giornale di ieri che deve distinguersi tra il profilo morale e quello giuridico. Egli diceva che non tutte le nostre istanze di giustizia morale possono passare per le aule dei tribunali. Da cittadino - ripeto - spero che si ponga la parola fine a questa vicenda e che l’accertamento compiuto in sede giudiziaria rimanga definitivo, anche se esso è alla fine devastante per le nostre istituzioni, a prescindere dalle responsabilità personali di questo o quel soggetto. 

Uomini di Stato hanno trattato con la mafia per porre fine alle stragi, senza rendersi conto che in tal modo legittimavano la mafia e la rendevano contraente del medesimo Stato. In fondo è quello che la mafia ha sempre tentato: insinuarsi nelle istituzioni ed apparire come una di queste, elevarsi e divenire Stato e quasi assumere la maiuscola: Mafia. Soggetto parimenti legittimato come il potere pubblico. 
Ed il problema diventa tutto politico, niente affatto solo morale. Il dispositivo della Corte di appello di Palermo lascia dubbi inquietanti. È possibile che i vertici delle forze dell’ordine agiscano senza rendersi conto delle implicazioni di ciò che fanno? Eppure sono i responsabili della nostra sicurezza. È possibile che gli uomini di governo siano tenuti disinformati o si lascino disinformare? Che, insomma, presidente del Consiglio e ministri non siano in grado di controllare i dirigenti pubblici, compresi quelli delle forze dell’ordine? Eppure li eleggiamo perché facciano scelte e vigilino sugli apparati amministrativi, e ne rispondano di fronte agli elettori e - perché no? - di fronte alla Storia. Oppure viviamo in una sorta di doppio Stato in cui ci sono istituzioni che funzionano secondo la logica della responsabilità politica ed altre che vivono di vita propria e non rispondono a nessuno, almeno in maniera pubblica? Come vengono decise talune cose? E da chi?

Non mi scandalizzo che esista la ragion di Stato e che, quindi, si tratti con gli Stati nemici (allorquando amici e nemici erano facilmente individuabili) o addirittura con terroristi (come pure che si decidano atti contrari alla legge: l’esempio classico è l’omicidio del terrorista o di altro soggetto pericoloso). Mi inquieta il fatto che nessuno si alzi ad intestarsi l’atto di decisione politica, come pure è presupposto nelle teorie della ragion di Stato. Perché qui si apre un problema gravissimo per la tenuta dell’assetto democratico, il quale richiede che la decisione sia assunta da un soggetto politicamente legittimato, non che si abbia a che fare con una decisione anonima e dai contorni indefiniti. Ma la trattativa con la mafia - continuo a scriverla al minuscolo - contiene un aspetto morale non indifferente. Appunto un problema morale e non giuridico. È possibile trattare e fare affari con il Male? Ci sono dei soggetti con i quali semplicemente non si dialoga e non si mercanteggia? 

So bene che è pressoché da sempre la tentazione dell’uomo coltivare il potere e, quindi, negoziare con chi lo esercita o pare esercitarlo. Faust ha preteso di utilizzare Mefistofele o, forse anche, di convertirlo. Alla fine la nostra cultura ammira e lusinga una folta schiera di faccendieri, traffichini, corruttori e corrotti, cortigiani di ogni classe e peso. Ma c’è un limite oltre il quale non si va? Possiamo isolare il virus della criminalità mafiosa e sviluppare forti anticorpi sociali e culturali? Oppure siamo destinati a conviverci e periodicamente ad ammalarci? 

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