Notizie locali
Pubblicità

Editoriali

Quirinale: un accordo difficile nel nulla politico di leader incapaci di rispondere alle esigenze del Paese

Ma l'Italia  non può tollerare un lungo vuoto di potere, che lo esporrebbe al rischio di disattendere gli impegni assunti con l'Ue

Di Salvo Andò

È accaduto ciò che tutti prevedevano. Alla  prima votazione per il Colle  si sono avute  tantissime schede bianche. La trattativa per un candidato   trasversale ai due schieramenti, espresso da un tavolo comune è agli inizi. Del resto, se non ci si mette d'accordo neppure sul modus operandi, con i leader politici che si scambiano veti basati su presunti diritti di prelazione, non giustificati dal sostanziale equilibrio delle forze in campo, è inevitabile che il braccio di ferro possa durare anche a lungo.

Pubblicità

Sembrava che il macigno sulla via della trattativa fosse costituito dalla candidatura di  Berlusconi. Ma si trattava di un pretesto, utilizzato dal centrodestra soprattutto per imporre il ritiro del Cav: l’obiettivo di Salvini e Meloni era quello di dichiarare chiusa definitivamente l’era Berlusconi. 

La  corsa al Quirinale, allo stato, pare essere un totonomi dietro ai quali  c'è il nulla politico. Non ci sono progettualità politiche in qualche modo alternative, o comunque tra loro differenti. C'è solo  un braccio di ferro tra i capi partito decisi a  dimostrare al proprio popolo di riferimento di essere in grado di portare a casa l'elezione di un Presidente  amico. 

In passato è accaduto spesso che  l'elezione del capo dello Stato abbia  dato luogo ad accese  dispute tra i partiti e nei partiti, soprattutto nella Dc, il partito-Stato, che hanno comportato bocciature eccellenti. Ma si trattava di precise strategie politiche. Dicendo no a un candidato come Aldo Moro che voleva  promuoverne equilibri politici più avanzati si difendeva la vocazione  centrista  della Dc. Dicendo no a Fanfani si voleva scongiurare la prospettiva di un leader pigliatutto. Dicendo no a Forlani che rappresentava il garante del Caf, che mirava a riconfermare il quadripartito con Craxi premier, si voleva rilanciare la politica del compromesso storico. Dicendo sempre no ad Andreotti, sistematicamente candidato al Colle,  si voleva negargli ulteriore potere. Si scelse Scalfaro, che non era un leader di prima fila e che certamente non risolveva i problemi interni della Dc, perché bisognava fare in fretta dopo la strage di Capaci. 

Una cosa pare certa. Il Paese non può tollerare un lungo vuoto di potere, che lo esporrebbe al rischio di disattendere gli impegni assunti con l'Ue.  Si spiegava fino a qualche mese fa che quella di  Draghi fosse la candidatura naturale. Ma di fronte alla disponibilità del premier ci sono stati ripensamenti. Taluno ha eccepito che non gli si poteva fare assumere questo ruolo senza mettere a punto contrappesi adeguati. Insomma, occorreva contrapporgli una struttura di governo su cui non potesse esercitare alcuna  influenza. Da qui la trattativa parallela per il Colle e per Palazzo Chigi in cui  Draghi, che non è un capo partito, non vuole essere coinvolto.

Tutto ciò adesso si fa nel nome di un primato della politica che dovrebbe essere  ripristinato, non si capisce come, se si pensa agli effetti prodotti dalla distruzione dei partiti e dall’avvento di leader politici privi di autorevolezza. Non è allo stato prevedibile che questioni così complesse possano essere decise in tempi brevi da questi leader, sinora incapaci di rispondere alle domande che arrivano dal Paese. Non sono riusciti a fare un governo e hanno dovuto chiedere il soccorso di Mattarella per fare nascere il governo Draghi.

Tenuto conto di questi precedenti, pare che la sola candidatura trasversale oggi possa essere proprio quella di Draghi, che non vanta appartenenze partitiche e che, quantomeno, una  maggioranza abbastanza larga a tutt'oggi ce l'ha. C'è da sperare che non sia  logorato dalla rissa scatenatasi  in questi giorni. 

In questo contesto, eleggere Draghi diventa una scelta quasi obbligata, sempre che   Mattarella non sia disposto ad accettare il bis di fronte alle pressioni del Palazzo e della piazza. Si lavori, poi, raggiunto un accordo sulla Presidenza, per rimettere insieme la larga alleanza, in assenza della quale si andrebbe ad elezioni anticipate, che quasi nessuno vuole. 

Pubblicità
COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA