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Editoriali

South working, un'occasione e un modello

L’evoluzione tecnologica ha accelerato le trasformazioni culturali e sociali che avrebbero richiesto molto più tempo. La pandemia ha fatto il resto

Di Antonio Perdichizzi*

Il tema, mai sopito, del Sud come area fragile è tornato prepotentemente in auge anche grazie al dibattito attorno al Recovery Fund. A differenza di un momento storico che, attorno agli Anni 60, vide la Cassa per il Mezzogiorno impegnata in un piano di sostegno dell’economia meridionale in un tentativo di riparazione di mancanze ataviche, oggi non è più tempo di rivendicazioni.

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Sembra essere cambiata ogni cosa: l’evoluzione tecnologica ha accelerato le trasformazioni culturali e sociali che avrebbero richiesto molto più tempo. La pandemia ha fatto il resto: come ha fatto notare Alessandro Baricco, il 2020 sembra il concentrato di 5 anni in uno.

Come cambia questo i termini del dibattito? Rischiamo di discutere di temi urgenti e attuali con le lenti appannate dalla polvere di schemi e modelli che ci sono stati tramandati e che oggi non servono più a sciogliere nessuna matassa né, tantomeno, a tracciare una possibile road map.

Il lavoro, anzitutto, perché sappiamo che tutto parte da qui: siamo certi che il modello verso cui dobbiamo ancora lanciarci all’inseguimento sia lo stesso di quello del Nord? Il Mezzogiorno ha delle caratteristiche peculiari che oggi potrebbero essere una grande potenzialità ancora inespressa per tracciare una strada diversa. Il fenomeno del South Working, infatti, non è solo “diversamente lavoro”: sarebbe una grande occasione sprecata se lo interpretassimo solo come una migrazione “temporanea” al contrario.

Il South Working è la possibilità che il nostro territorio accolga le sue risorse umane più vitali e ne ricavi stimolo ed energia per ricucire i pezzi e rimodularli con una nuova consapevolezza che riguarda business, servizi, rapporto tra città e aree interne, offerta culturale. La sfida oggi non è riportare i nostri giovani (e non solo) al Sud: sono tornati in maniera spontanea, perché questa è da sempre la terra degli affetti, degli amici, dei desideri più viscerali legati a un sole e a un fuoco che accompagnano la storia di questa Isola. 

La sfida è dare loro motivazione adeguata e le condizioni per rimanere: nessuno si aspetta che sarà facile e che la sostituzione di una sede di lavoro possa avvenire in maniera indolore. Chi è tornato, però, racconta di aver trovato una Sicilia diversa, dove le nuove generazioni non hanno solo l’opzione di emigrare per farsi strada, dove in tanti hanno cominciato a ritagliarsi degli spazi al sole per coltivare la propria idea imprenditoriale, dove il dibattito su ciò che non è stato fatto è in parte sostituito da ciò che si può fare.

Perché tutto questo avvenga compiutamente abbiamo, tra le altre cose, un disperato bisogno di infrastrutture. E non mi riferisco a quelle di ferro e cemento, pur importantissime, ma a quelle digitali e culturali che anche se possono sembrare intangibili, hanno la capacità di migliorare drasticamente il mondo reale. 


È grazie al digitale che si sta costruendo un modo nuovo di imparare, di lavorare, di fare impresa e, naturalmente, di informarsi. È per questo che la nuova sfida digitale de “La Sicilia” è una buona notizia, perché riuscirà a raccontare sempre di più e sempre meglio il nostro territorio a chi ci guarda da lontano, e le cose che accadono in giro per il mondo a chi vive questo territorio. 

* Presidente Junior Achievement Italia

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