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Lutto cittadino per il disoccupato che si è dato fuoco in piazza

La città si ferma per ricordare Salvo La Fata, l'operaio edile senza lavoro che si è dato fuoco dopo essere stato multato dai vigili perché faceva l'ambulante. La famiglia: «Morto di arroganza e burocrazia»
Di Rossella Jannello

CATANIA - A diciotto giorni dall'accaduto, quella morte assurda fa ancora discutere. La morte di Salvo La Fata, edile disoccupato e venditore ambulante per necessità, morto suicida di lavoro che non c'è, di rabbia, di disperazione, di promesse non mantenute. Oggi la città si ferma per ricordarlo con una giornata di lutto cittadino, proclamata dal sindaco Enzo Bianco, che ha così accolto l'invito dei sindacati. Oggi dunque, le bandiere della Repubblica e dell'Unione europea negli uffici pubblici saranno esposte a mezz'asta e saranno sospese tutte le manifestazioni pubbliche. «Sarà un momento di raccoglimento - ha detto Bianco - nel dolore per una morte assurda, ma anche uno stimolo ad approfondire tutti insieme i temi del lavoro e della legalità, comprendendo che occorre fare il massimo sforzo affinché queste tragedie non debbano mai più accadere». Non sarà l'unico modo per ricordare La Fata. Alla vigilia della «Giornata mondiale per il Lavoro dignitoso», la Uil. di Catania su iniziativa del segretario generale Fortunato Parisi terrá nella sala “Mico Geraci” (via Sangiuliano 365) una riunione dell'Esecutivo territoriale con inizio alle 10,30 per ascoltare le testimonianze di alcuni lavoratori catanesi che vivono in trincea. La trincea della crisi. All'Esecutivo prenderanno parte, assieme a Parisi, i segretari confederali e delle organizzazioni di categoria Uil. Al termine dell'incontro sarà formulato un appello a istituzioni pubbliche, organizzazioni imprenditoriali e associazioni. Intanto con una lettera assieme commossa e polemica, la moglie e i figli di Salvo La Fata, colpiti dalla grande partecipazione al loro dolore, «ringraziano tutti coloro che sono stati vicini alla famiglia in un momento tanto doloroso quanto surreale. «Non è possibile accettare questa tragedia - scrivono - che ci ha strappato Salvo in una maniera tanto drammatica quanto assurda; non è possibile che si debba morire di “arroganza”, “abuso di potere” e “burocrazia». Perchè è a causa della burocrazia che Salvo non aveva ancora ripreso il suo vecchio lavoro, nel quale pochi erano bravi come lui. «Non avremmo mai immaginato - riprende la lettera - di dover vivere un momento come questo, che ci appare tuttora come un incubo da cui svegliarsi, un boccone troppo amaro da mandare giù. Era soltanto un uomo che aveva tanta voglia di lavorare Salvo, un uomo che voleva mantenere la sua dignità di marito e padre, contribuendo al mantenimento della famiglia, ma la sua dignità non l'ha strappato alla morte. Una morte causata dalla negligenza di chi dovrebbe tutelarci perchè è questo ciò di cui abbiamo bisogno come cittadini: tutela e protezione perchè la repressione da sola non serve, anzi è soltanto un fallimento. «Vi ringraziamo tutti per essere intervenuti numerosi nel giorno dell'ultimo saluto al nostro amato Salvo - concludono - e di esservi stretti a noi con affetto, solidarietà e dolore sincero. Il vostro calore è stato per noi sostegno e conforto».

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