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Catania

Strage via D'Amelio, Petralia: «Noi cercavamo la verità»

Di Orazio Provini

Catania - Un pugno nello stomaco, di quelli che per un attimo ti tagliano l’aria, lasciandoti quasi senza fiato. Una sensazione sgradevole, colpa anche dell’effetto a sorpresa, immaginiamo, che ti coglie impreparato. Questione di un attimo però, perché metabolizzato il “gancio” e ritrovato l’assetto scatta automatica, quasi immediata la voglia di reagire, di difenderti e se serve di contrattaccare anche. Carmelo Petralia, oggi procuratore aggiunto a Catania, 68 anni, è uno dei due magistrati (l’altro è Annamaria Palma) destinatario dell’avviso di garanzia che lo vede indagato per il presunto depistaggio dell’inchiesta sull’attentato di via D’Amelio, in cui rimasero uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Concorso in calunnia aggravata dall’avere favorito Cosa nostra è l’ipotesi per cui procede il procuratore di Messina Maurizio De Lucia.

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Il dottor Petralia ci riceve nel suo ufficio al primo piano del palazzo di giustizia di piazza Verga, dove ha sede l’ufficio distrettuale. Un ambiente che conosce bene (e non solo perché è catanese) ma per averlo frequentato quando era sostituto procuratore e uno dei quattro magistrati della Dda etnea tra la fine degli anni ‘80 e i primi del ‘90. «Non ho niente da osservare sull’indagine che mi riguarda. Ogni procura ha l’obbligo di attivare un percorso investigativo quando – in un qualunque modo – le perviene una notizia di reato. Quello che invece mi ha sconvolto e amaramente colpito, sul piano umano, familiare e mi fermo qui, è stata la gestione mediatica della notizia, perché se c’è una cosa sacra nella fisiologia nel nostro codice di procedura penale è la segretezza delle iscrizioni sul registro previsto dall’articolo 335. Ammesso pure che vi fosse l’assoluta necessità di effettuare un accertamento tecnico irripetibile, che impone la comunicazione anche alle parti offese, si sarebbero dovute adottare cautele idonee a scongiurare la “macelleria mediatica” a buon mercato di cui, in concreto solo io e la collega Palma siamo rimasti vittime».


Perché dice “a buon mercato”?
«Della “gestione” della collaborazione di Scarantino si occupava un pool di magistrati molto più ampio. Il dato conosciuto e amplificato dai media manca di molti nominativi e mi chiedo ancora perché».


Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo, nel commentare questa notizia, ha fatto, tra l’altro generici riferimenti alle contaminazioni di certi ambienti istituzionali, politici e della magistratura, specificando che «quest’inchiesta è un punto d’inizio di un percorso difficile, perché chi ha lavorato male ha compromesso il percorso di verità, quindi ha una responsabilità morale prima che giudiziaria».
Alla signora Fiammetta…, risponde Petralia col rispetto, certo, ma senza per questo togliere i puntini dalle i: «… a lei che domanda dove era lo Stato, dove erano i magistrati durante le indagini, dico dove era lei nei giorni drammatici precedenti l’assassinio di suo padre e degli altri servitori dello Stato, in quei giorni tremendi che separarono Capaci da via D’Amelio. Sa bene che fu addirittura difficile riuscire a rintracciarla per comunicarle quel che era accaduto il 19 luglio. Da allora da parte della famiglia Borsellino, l’unico vero contributo, ampio sincero e incondizionato di collaborazione, anche alla conoscenza dei fatti e alle indagini in senso stretto, è venuto dalla signora Rita, la sorella di Paolo, purtroppo scomparsa lo scorso anno e dalla sua famiglia, i signori Fiore. Tutto il resto della famiglia Borsellino è stato assolutamente assente e mi riferisco anche al fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che sentito come persona offesa in dibattimento nel primo processo, alla domanda dei pm se avesse qualche idea, qualche notizia, una qualche informazione da potere fornire su possibili motivazioni o altro che potesse ricollegarsi a quei drammatici fatti, rispose che non sapeva nulla. Viveva lontano - disse - e non aveva alcuna idea. Oggi invece sa tutto, ha chiarissime tutte le dinamiche politico mafiose e stragiste che agitavano l’Italia in quei primi ‘90. Personalmente, dalla famiglia Borsellino non mi aspettavo gratitudine, ma il rispetto, questo si. E non ho visto rispetto quando – come riferito da recenti cronache – alle ultime dichiarazioni dibattimentali di Scarantino secondo cui nessun magistrato lo aveva indotto alla falsa collaborazione, ha fatto seguito la domanda posta dal legale delle parti offese Borsellino, se “qualcuno lo avesse contattato ultimamente per spingerlo a tale affermazione”. Sia chiaro, non è dalle mutevoli dichiarazioni di Scarantino che dipende la sorte delle odierne indagini, ma pensare che qualcuno, magari un mio emissario, lo abbia determinato a “scagionare” i magistrati è veramente offensivo».

Sono trascorsi ventisette anni dalla strage di via d’Amelio (un paio di mesi in più da Capaci) nel frattempo ci sono stati tanti processi e in più gradi di giudizio e di pronunciamenti, compresa la Cassazione; l’ultimo è il Borsellino Quater.
«Ho sentito dire, anzi è uno dei leit motiv del Borsellino quater e di quella grancassa mediatica che fa seguito a ogni dichiarazione della signora Fiammetta, che a indagare erano persone impreparate, che non capivano nulla di mafia, che erano gli ultimi arrivati della magistratura requirente. Non lo eravamo. E’ stucchevole autocelebrarsi, ma basta ricordare anche solo i processi nati dalla collaborazione di Antonino Calderone, che avevano determinato, a Catania, indagini collegate con quelle condotte a Palermo da Giovanni Falcone. A Caltanissetta, nel 1992, si partiva da zero. E’ facile oggi denigrare, offendere e avanzare sospetti. Chi arriva per ultimo sa sempre molto di più di chi è arrivato prima e soprattutto di chi è arrivato per primo. Ma ciò non lo autorizza a gettare fango e ad avanzare accuse di collusioni. Tutti noi, oggi, sappiamo molte più cose di quante ne sapesse Aristotele, ma non per questo siamo più intelligenti di lui. Tutto va contestualizzato».

Continua Petralia: «Arriviamo alla sentenza Borsellino quater, la pietra angolare di questa accusa, il passo della sentenza in cui il suo redattore dice, tutti gli atti di questo processo devono essere trasmessi a alla Procura per verificare se oltre a quelle dei tre poliziotti ci sono responsabilità di altri soggetti, in questo caso dei magistrati. Per cosa? Per una cosa che nei passaggi della sentenza viene ripetutamente chiamata “depistaggio”. Senza entrare nel merito delle indagini in corso a Messina, contesto l’uso, semanticamente inappropriato, di questo termine. Depistaggio significa che, in presenza di una pista che io conosco, ne seguo consapevolmente un’altra. Così non è stato. Ad ogni verità si arriva faticosamente e per gradi. Già nel 1996-98, con l’ampliarsi del patrimonio conoscitivo dovuto a molte nuove collaborazioni, la ricerca dei cosiddetti “mandanti esterni” mi aveva portato all’iscrizione di Bruno Contrada e poi, ancora, a proporre l’iscrizione di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi per concorso in strage. L’esito di queste indagini, alle quali comunque non partecipai essendo rientrato alla Procura Nazionale, è noto. Ma se sono un depistatore…».

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