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Femminicidi, a Paternò la paura di Maria: "Il mio ex sta per uscire dal carcere. Aiutateci"

Catania

Femminicidi, a Paternò la paura di Maria: "Il mio ex sta per uscire dal carcere. Aiutateci"

Di Mary Sottile

Paternò (Catania) - Cinque donne uccise in due giorni, il femminicidio si riscopre ancora “emergenza nazionale”, una vera piaga sociale alla quale porre rimedio con strumenti ben più idonei rispetto agli attuali. Qualcosa nel sistema non funziona, nonostante la normativa, le lacune restano tante, troppe. Lo testimoniano i dati, le morti di donne per mano degli uomini, da nord a sud dell’Italia. Donne troppo spesso lasciate sole o finite sotto accusa, da parte delle stesse Istituzioni che vanno avanti a suon di carte bollate, senza capire che il burocratese non può, non deve funzionare per i casi di violenza di genere. Donne sole, come accade a Maria (nome di fantasia), 35enne paternese e madre di sei figli, vittima di violenza. Il suo ex marito l’ha picchiata per 11 anni. Ora l’uomo è in carcere, arrestato per la seconda volta per maltrattamenti e minacce nei confronti della donna, ma la pena starebbe per concludersi.

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A questo si aggiunge il fatto che Maria teme di poter perdere la potestà sui figli, quasi tutti minorenni. Non deve guardarsi solo dall’ex marito ma anche dalle Istituzioni. Una vicenda contorta e complicata quella di Maria che distruggerebbe psicologicamente anche le persone più inossidabili. Ma la sua forza sono proprio i figli, loro che l’hanno spinta la prima volta a denunciare e dire basta; loro che le danno la forza di continuare a lottare. «Se ho scelto di parlare – dice Maria – è per i miei figli e penso a tutte quelle donne morte, a quelle che subiscono violenza, denunciano e non hanno dove andare. I miei problemi con il mio ex sono cominciati da subito. All’inizio pensavo, forse è perché ancora non ci conosciamo bene. Sono cresciuta con genitori separati e non volevo che questo accadesse anche ai miei figli.»

Maria è evidentemente provata, il volto triste, gli occhi le si riempiono spesso di lacrime, soprattutto quando parla dei suoi figli e quel peso dell’esser stata lasciata sola a combattere contro tutto e tutti. «La violenza psicologica è peggio di quella fisica - evidenzia Maria -. Quando ti senti umiliata, screditata, pensi di non valere niente. Ti cancella la personalità. Lui si arrabbiava per qualsiasi cosa. Vivevo in uno stato di perenne ansia. Sono finita diverse volte in ospedale, anche durante la gravidanza. Ma mentivo ai medici che sospettavano e mi chiedevano. Mentivo perché sarebbero state altre botte a casa».

Donne che subiscono senza riuscire a ribellarsi. «Si entra in una situazione in cui si diventa succube di quella persona - continua Maria -, oltre al pensiero di essere sola con i figli. Il tuo mondo si chiude e non vedi più niente. Passano gli anni e ti convinci che quella è la tua vita, ma quella non è vita. Riesci a sopportare tutto. Avevo smesso anche di provare a chiarire. Non avevo le forze di lottare. Il giorno che l’ho denunciato si era arrabbiato perché aveva trovato un bicchiere di plastica sul tavolo. Quando lo vedevo nervoso stavo zitta, attendendo che passasse. Quel giorno mi ha tirata per i capelli facendomi scendere tutte le scale di casa. Poi ha minacciato mia figlia che era intervenuta per difendermi. Lì ho avuto paura. Siamo scappate e ho deciso di denunciarlo. Era agosto del 2016 quando l’ho denunciato e lui è rimasto in libertà. Il Tribunale in ferie, non potevo uscire neanche di casa, perché mi seguiva. Chiamavo i carabinieri ma non accadeva nulla. A fine settembre ancora nulla, temevo mi potesse uccidere. Allora ho deciso di farlo rientrare a casa. Lui aveva iniziato un recupero con psicofarmaci e io tentavo di prendere tempo, nell’attesa che qualcosa si muovesse con la giustizia. A casa lo ignoravo, come se non esistesse. Poi, alcuni mesi dopo, ha tentato il suicidio ed in quel momento il Tribunale si è accorto della mia vicenda. In quel momento sono rinata. Ho ripreso in mano la mia vita, ho ricominciato a lavorare, mentre lui è stato arrestato».

Passano gli anni, l’uomo ritorna in libertà, l’incubo si ripresenta. «Se avessi potuto scappare sarei scappata – continua Maria -, ma non volevo dargliela vinta. L’ho denunciato di nuovo ed ho vissuto due settimane da incubo prima che lo arrestassero, con il timore che poteva sempre uccidermi o fare del male ai miei figli. Questa volta non sarei riuscita a sopportare altre minacce. Per il resto sono stata lasciata sola. Io vado via da questa città. Le Istituzioni, i servizi sociali, non mi hanno aiutata. Io sono finita sotto accusa, rischiando di perdere i miei figli».

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