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Cronaca

«Il welfare balbetta in Sicilia limitando il lavoro delle donne»

Di Michele Guccione

PALERMO - Se al Sud, e soprattutto in Sicilia, i servizi pubblici per salute, istruzione e sociale funzionassero, i costi per il loro funzionamento si ridurrebbero e, inoltre, si libererebbero molte risorse professionali, per lo più donne, utili a sostenere la produzione, l’economia e lo sviluppo del territorio. È la tesi, per nulla peregrina, sostenuta da Luca Bianchi, direttore generale della Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno, illustrata a Roma nel corso del seminario su “Stato sociale e sviluppo del Mezzogiorno”.

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I dati parlano chiaro. Tutto sembra “congiurare” contro le donne siciliane, costrette a restare a casa per accudire agli anziani che non ricevono l’assistenza domiciliare o che non trovano adeguata assistenza infermieristica. O ancora perché impegnate a seguire i familiari che devono andare a curarsi fuori Sicilia per trovare prestazioni di livello più elevato. Per non parlare di quelle mamme che non possono lavorare perché devono tenere a casa i figli più piccoli a causa della carenza di asili nido pubblici.

Partiamo dalla sanità. Il livello di gradimento dell’assistenza medica ospedaliera è fra i più bassi: in Sicilia nel 2007 l’indice era del 20%, nel 2016 è salito di quasi dieci punti al 29,5%, mentre quello per l’assistenza infermieristica è aumentato di cinque punti al 21% dal 15,2% di dieci anni prima. Ma la posizione resta in fondo alla classifica, peggio fanno solo Campania e Basilicata. Il trend è analogo nel Mezzogiorno e a livello medio nazionale. Dov’è la sanità migliore? Al Centro-Nord, dove la Svimez rileva un indice di gradimento del 44% nel 2007, che sale al 44,4% nel 2016 per i medici e al 45,9% per gli infermieri. Non c’è confronto!

Quale la naturale conseguenza? Che i pazienti dal Sud si spostano al Nord per farsi curare meglio. Il saldo fra ricoveri in altre regioni e ricoveri da altre regioni, nel 2016 al Sud è positivo per 114.313 unità, cioè ci sono molti più pazienti che si affidano ai “viaggi della speranza” rispetto a quelli che dal Nord si ricoverano al Sud. Viceversa, il saldo al Centro-Nord è negativo per 179.415 unità, cioè sono tantissimi i ricoveri ricevuti da altre regioni. Un sesto di emigrazione sanitaria arriva dalla Sicilia (21.650 ricoveri).

Andiamo a minori e anziani, quello che Luca Bianchi definisce un «welfare squilibrato che ricade sulle donne». La diffusione dei servizi per l’infanzia in Sicilia è infinitesimale: il 5,6% nel 2014, contro il 17,2% del Centro Nord. La presa in carico degli anziani per l’assistenza domiciliare integrata è anch'essa col contagocce (3,6% contro il 4,7% al Centro- Nord). Ma il confronto che fa impallidire è quello dell’assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari dedicati agli anziani: il 5% (in calo di tre punti dal 2007) a fronte di un 16% nel Mezzogiorno e di ben il 107% al Centro-Nord. La presenza di presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari nell'Isola è di 2,6 ogni mille abitanti, quando al Nord è di 7,6 per mille abitanti.

Infine, l’istruzione. Sicilia e Sud Sardegna sono le aree del Paese dove è più diffuso il fenomeno dell’abbandono scolastico. La Svimez lo misura così: la percentuale di giovani di età compresa fra 18 e 24 anni che si è fermata alla licenza media e non frequenta corsi scolastici o di formazione professionale. Ebbene, se al Centro-Nord la percentuale è dell’11% e al Sud del 18,4%, in Sicilia schizza oltre il 20%, con punte del 21,6% a Trapani, del 24% a Caltanissetta e del 26,3% a Ragusa.
Fatta l’analisi, Luca Bianchi conclude che «occorre assumere la consapevolezza che la politica di coesione non può essere solo politica “spaziale” di intervento, cioè attraverso incentivi fiscali, contratti di sviluppo e investimenti pubblici, ma deve essere accompagnata da politiche, territorialmente differenziate nel Mezzogiorno, in grado di riequilibrare la qualità di alcuni beni pubblici essenziali».

In questo contesto, suggerisce Bianchi, «porre al centro il tema dei servizi ai cittadini e alle imprese può essere anche il campo su cui ricostruire all'interno della società del Mezzogiorno quelle reti sociali che sono venute meno con la crisi dei corpi intermedi tradizionali. Quindi, restituendo una funzione alle forze sociali presenti nel territorio, che vanno chiamate ad una corresponsabilità nella definizione dei risultati e delle azioni necessarie per il conseguimento di tangibili obiettivi di sviluppo economico e sociale».

Secondo il direttore della Svimez, in conclusione, «le trasformazioni in atto nell'economia e nella società richiedono interventi di accompagnamento e progetti di investimento, in capitale umano e innovazione, a favore di coloro che rischiano di risultare perdenti dalle nuove sfide della competizione internazionale. La paura di essere esclusi dai processi di modernizzazione, diffusa nel Paese, può generare, in aree caratterizzate da bassa occupazione e da diffusa marginalità, un senso di isolamento e insoddisfazione che le tradizionali ricette delle politiche di sviluppo non riescono a soddisfare. Lo sviluppo concreto dei diritti di cittadinanza è la chiave fondamentale per mobilitare le enormi risorse inutilizzate presenti al Sud».

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