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Cronaca

Paternò, il boss al figlio dopo l'“inchino”: «Zitto e basta buffonate»

Di Concetto Mannisi

Catania. «Chiuri ‘stu cessu di vucca e torna a fare ‘u serio. Finiscila cu tutti ‘sti buffunati, tutti ‘sti intervisti. Ca non capisci chi dannu facisti...». A parlare in questi termini, durante un colloquio carcerario con i familiari, è un inferocito Salvatore Assinnata, capo del clan paternese riconducibile alla famiglia Santapaola di Catania.

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Il destinatario delle invettive è, invece, il figlio Domenico, fresco reduce - in quei giorni - dalle polemiche scatenate dalla vicenda dell’inchino e dell’annacata a domicilio di due “varette”. Rispettivamente quella dei dipendenti comunali e quella degli ortofrutticoli, che nel corso della festa di Santa Barbara del 2015 si recarono nel quartiere Ardizzone per manifestare in tal modo al boss emergente tutto il loro rispetto.

Parole dure, certamente. Parole che soltanto un padre può permettersi di rivolgere a un figlio senza suscitare reazioni. Ma pure parole che sono state registrate dalle microspie dei carabinieri della compagnia di Paternò e che sono andate a confluire nelle 193 pagine che costituiscono l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip Giancarlo Cascino nei confronti di dieci persone (nove, però, gli arrestati), compreso lo stesso Assinnata junior, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di stampo mafiosa, danneggiamenti, nonché di associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, aggravata dal metodo mafioso.

Il provvedimento restrittivo è stato richiesto dai magistrati della Procura della Repubblica di Catania (ieri rappresentati dal procuratore Carmelo Zuccaro, dall’aggiunto Francesco Puleio, nonché dai sostituti Andrea Bonomo e Valentina Sincero) ed eseguito dai carabinieri di Paternò, i quali - si è scoperto ieri - avevano registrato in tempo reale, con le loro “cimici”, anche quanto avvenuto sotto casa del giovane Assinnata: l’arrivo della “varetta” con i portatori in maglietta rossa appartenenti alla corporazione degli ortofrutticoli, l’annacata sulle note del “padrino” e poi l’avvicendamento con i portatori in maglietta azzurra dei “dipendenti comunali”, che si rendono protagonisti dell’assai inopportuno inchino. «Ancor di più - si indigna l’aggiunto Puleio - se si considera che i dipendenti comunali dovrebbero avere ben chiaro da quale parte stare».

«E’ vero - commenta il comandante provinciale dell’Arma, Raffaele Covetti - le “Iene” portarono in emersione la notizia dopo che un giovane parente di Domenico Assinnata condivise su Facebook il video dell’accaduto, ma noi eravamo lì e stavamo seguendo ogni cosa nell’ambito delle indagini che hanno portato a questo blitz».

Non per niente i carabinieri segnalarono tutto all’allora questore Marcello Cardona il quale, d’accordo col prefetto, emise d’urgenza il divieto per le due corporazioni «di partecipare allo svolgimento delle manifestazioni religiose in onore di Santa Barbara dal 3 al 5 dicembre, nonché a quelle della cosiddetta ottava». Ciò «ritenendo che tale episodio» rappresentasse «una chiara manifestazione della forza intimidatrice, tipica del potere mafioso», con «condotta pregiudizievole per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica».

Eppure, come detto in premessa, Salvatore Assinnata di tutto questo can can avrebbe fatto volentieri a meno. Perché, come riferì sibillino in una conferenza stampa l’allora comandante del Ros nazionale, oggi capo della Dia, generale Giuseppe Governale, «Cosa nostra è contraria a “inchini” e “omaggi”, perché attraggono l’attenzione dei media e delle forze dell’ordine, mentre la criminalità organizzata in Sicilia vuole rimanere sotto traccia». Proprio quello che ha urlato al figlio il “vecchio” boss....

Il procuratore aggiunto Francesco Puleio ha voluto sottolineare la gravità del coinvolgimento della “varetta” dei dipendenti comunali nell’episodio dell’inchino sotto casa, nel quartiere Ardizzone, del boss di terza generazione Domenico Assinnata: «Fanno parte della macchina amministrativa: dovrebbero avere chiaro da che parte stare».

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