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Economia

E la Sicilia rischia pure di una avere una finta Alta velocità ferroviaria

Di Daniele Ditta

PALERMO - Più di un eventuale allungamento della nuova tratta ferroviaria Salerno-Reggio Calabria, con deviazione interna anziché un percorso sulla fascia tirrenica, la vera iattura sarebbe non avere l’alta velocità. Tanto per la Calabria quanto per la Sicilia.

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Lo sostengono due esperti in campo trasportistico, i professori Matteo Ignaccolo (Università di Catania) e Demetrio Carmine Festa (Università della Calabria), prendendo in esame i progetti che Rfi ha presentato al governo nazionale nell’ambito del “Piano nazionale di ripresa e resilienza”. Oltre alla Salerno-Reggio Calabria, l’attenzione è rivolta alla Palermo-Catania-Messina. Senza l’alta velocità - quella vera, coi treni in grado di raggiungere i 300 chilometri all’ora - non ci sarebbe un miglioramento dei tempi di percorrenza per raggiungere Roma. Insomma, un “pezzo” consistente del Mezzogiorno continuerebbe ad essere privo di infrastrutture in grado di garantire una degna mobilità.

La preoccupazione serpeggia nel mondo politico siciliano, già scosso dalle recenti “uscite” dei ministri Cingolani e Giovannini sull’attraversamento stabile dello Stretto. Il ministro della Transizione ecologica non ha nascosto le “perplessità” sulla resistenza sismica del Ponte; mentre il titolare delle Infrastrutture ha escluso l’inserimento dell'opera nel “Pnrr” finanziato dal “Recovery Fund”.

Posizioni che trovano in disaccordo Enzo Bianco, presidente del Consiglio nazionale dell’Anci: «Vorrei ricordare a Cingolani - dice l’ex sindaco di Catania - che già nel 2001, l’allora ministro ai Lavori pubblici Nerio Nesi aveva commissionato a tre società di fama internazionale appositi studi sulla fattibilità e sulla resistenza sismica del Ponte. Una delle società, un’impresa giapponese, certificò che il Ponte avrebbe potuto reggere a un terremoto più forte di quello che ha devastato Messina nel 1908. Quanto all’impatto ambientale, dati alla mano, ho già scritto al ministro Giovannini che col Ponte ci sarebbe molto meno inquinamento di quello che c’è oggi coi traghetti. L’utilità del Ponte - aggiunge Bianco - non è tanto per le auto, ma soprattutto per i treni ed è obbligatoriamente legata all’alta velocità in Calabria e in Sicilia».

Da qui il pressing sul governo nazionale e un invito quanto mai esplicito in vista delle imminenti decisioni sulle infrastrutture. «Il Sud non può essere preso in giro, non si può spaccare l’Italia in due» sottolinea Bianco, che lancia un appello al governo: «Convochi Anci e Regioni, non decida prima di averci ascoltato. Se necessario, ne parlerò col premier Draghi».

Per quanto riguarda i treni, a marcare la differenza nei progetti redatti da Ferrovie sono le sigle: Avr (Alta velocità di rete) e Av-Ac (Alta velocità-Alta capacità). Il primo tipo di rete ferrata permette ai convogli di arrivare a una velocità massima di 200 chilometri all’ora; la seconda di superare i 300. La differenza è sostanziale. A spiegarla è il professore Festa: «Se in Calabria venisse confermata l’Av-Ac, una deviazione del tracciato da Praia a Tarsia, per poi passare a Cosenza e rientrare a Lamezia sulla costa tirrenica, allungherebbe i tempi di circa 70 chilometri. Si impiegherebbero solo 14 minuti in più per arrivare a Reggio. Un impatto risibile sui tempi di percorrenza. Cosa ben diversa se al posto della Av-Ac ci fosse l’Avr. Allora sì che sarebbe una presa in giro per calabresi e siciliani. Il problema vero è l’alta velocità, che viene prima dell’attraversamento stabile dello Stretto. Perché un conto è fare Roma-Villa San Giovanni in 3 ore; un conto in 5. Nelle more del Ponte o del tunnel, vanno ridotti i tempi d’attraversamento dello Stretto in treno. Come? Con treni più corti che entrano direttamente in nave senza essere smontati e rimontati o con traghetti più lunghi. Così si risparmierebbe un’ora. Arrivati in Sicilia, poi, è d’obbligo l’alta velocità».

Peccato, però, che allo stato attuale Rfi preveda per la tratta Palermo-Catania-Messina l’Avr. «La Sicilia - afferma il professor Ignaccolo - deve pretendere di più. L’Italia ha ottenuto più fondi dal “Recovery Fund” grazie al Sud, motivo per cui ci aspettiamo un salto di qualità e non un progetto già presentato e finanziato prima della pandemia, come la Palermo-Catania-Messina. In Sicilia serve l’Alta velocità e non l’Avr. Siamo davanti a uno scippo e la politica deve denunciarlo».
Parole che “stuzzicano” il sindaco di Palermo e presidente di Anci Sicilia, Leoluca Orlando, che difende la scelta della tratta Palermo-Catania-Messina «per non tagliare fuori le aree interne di Enna e Caltanissetta», ma allo stesso tempo sostiene la «richiesta dell’Alta velocità: questo è ciò che unisce Calabria e Sicilia». E aggiunge: «Non giudico le traiettorie, ma voglio la garanzia che i treni raggiungano i 300 chilometri all’ora. Se così non fosse, contesto il progetto di Rfi. La Sicilia merita attenzione ed è ciò che ho rappresentato al premier Draghi e ai ministri Carfagna e Gelmini».

Il sindaco di Catania, Salvo Pogliese, parla di «situazione surreale» e auspica un ripensamento del governo su Ponte e alta velocità. «La Sicilia - attacca - si ritrova nel “Recovery Fund” un saldo pari a zero. La Palermo-Catania-Messina era già stata finanziata e ce la stanno propinando pure senza l’alta velocità. Nove anni dopo lo stop imposto al Ponte dal governo Monti, siamo con un pugno di mosche in mano. Dal governo Draghi mi sarei aspettato di più; invece, al momento è ostaggio del M5S e di un certo ambientalismo di sinistra che ci condanna all’isolamento».

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