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La virologa catanese del Sacco: «Si attacca solo me, ma altri scienziati dicevano la stessa cosa»

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La virologa catanese del Sacco: «Si attacca solo me, ma altri scienziati dicevano la stessa cosa»

Di Redazione

MILANO - «La mia frase sul virus che non era peggio di una influenza? Altri virologi, ad esempio Pregliasco, hanno detto la stessa cosa, e lo diceva anche il direttore generale dell’Oms. In quel momento avevamo un piccolo focolaio a Codogno e due casi dalla Cina». Sono le parole della virologa catanese Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica dell’Ospedale Sacco di Milano, pronunciate ai microfoni della trasmissione radiofonica "Circo Massimo" su Radio Capital all'indomani della diffida ricevuta dalla del Patto per la Scienza a non diffondere fake news sul coronavirus.

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L'apprezzatissima virologa etnea, a capo di un centro di riferimento nazionale contro Covid-19 come il Laboratorio di microbiologia dell’Ospedale Sacco di Milano, dove da un mese si lavora senza sosta giorno e notte anche sabato e domenica, si è detta amareggiata per la diffida: «Sì, sono piuttosto amareggiata e disorientata dalla diffida, provo tristezza per la perdita di tempo e per l’immagine di divisione che si dà alla gente che oggi vorrebbe vedere i ricercatori uniti a cercare di risolvere l’emergenza che stiamo vivendo. Ma della diffida se ne stanno interessando i miei legali». 

Provando a spiegare anche le sue parole all'inizio della epidemia, la scienziata catanese ha sottolineato che «per la Sars, benché ci siano stati 700 morti nell’area asiatica, che non sono tantissime, in Italia ci furono solo 7 casi importati. Eravamo convinti che sarebbe stato importato questo il modello, ma - ha spiegato  - ho sempre concluso qualsiasi mia intervista dicendo che bisogna guardare ai dati dei canali ufficiali e che quello che viene detto oggi può essere smentito domani».

In un lettera pubblicata oggi dal Fatto quotidiano la dottoressa Gismondo invece ha scritto: «In sintesi il Patto Trasversale per la Scienza, fondato dal dottor Burioni, mi accusa di aver reso dichiarazioni volte a minimizzare la gravità della situazione, che avrebbero potuto indurre parte della popolazione a violare i precetti governativi volti a contenere il contagio, con nefaste ricadute in termini di salute pubblica. Solo per cominciare, desidero confermare il mio rispetto per le misure governative, riportando quanto ho dichiarato il 5 marzo: "L'unica arma che abbiamo è il contenimento. Non ha senso valutare i numeri di pochi giorni. Appena saranno passati 14-18 giorni cominceremo a trarre delle conclusioni"».

Ma «andiamo - ha aggiunto Gismondo - alle frasi "incriminate" (fra l’altro estrapolate dal loro contesto e da un discorso più complesso). La prima è un mio post privato su Facebook: "E una follia questa emergenza, si è scambiata un’infezione appena più serie di un’influenza per una pandemia letale" (23.2.2020). Lo scopo era spegnere il panico crescente mentre, ricordo, in Italia si registravano solo i primi casi autoctoni circoscritti a Codogno. Ecco cosa affermavano altre accreditate fronti. Il 25 febbraio 2020 il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana dichiarava: «Cerchiamo di sdrammatizzare: questa è una situazione senza dubbio difficile ma non così tanto pericolosa. Il virus è aggressivo e particolarmente rapido nella diffusione, ma nelle conseguenze molto meno; è poco più di una normale influenza». 

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche sottolineava: «Per evitare eccessivo allarmismo è bene ricordare innanzitutto che 19 casi su una popolazione di 60 milioni di abitanti rendono comunque il rischio di infezione molto basso. L’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso e però benigno in assoluta maggioranza». Il virologo Fabrizio Pregliasco precisava il 23 febbraio: «E una malattia che rientra nelle cosiddette infezioni respiratorie acute che fanno da corollario all’influenza di ogni inverno».

E il 24 febbraio Ilaria Capua rassicurava: «Il coronavirus circolerà per mesi, ma niente allarmismo ingiustificato», "bisogna chiamare sindrome similinfluenzale da coronavirus. Questo è l’unico modo in cui possiamo liberarci dal panico» (dal sito Il Bo Live). Altra «mia frase "incriminata" - evidenzia la scienziata -: "Non voglio sminuire il coronavirus ma la sua problematica rimane appena superiore all’influenza stagionale". Frase estrapolata dalla disamina dei dati pubblicati dall’Istituto Superiore della Sanità sulle influenze. Secondo i dati più aggiornati di InfluNet (il sistema nazionale di sorveglianza epidemiologica e virologica dell’influenza, coordinato dal ministero della Salute con la collaborazione dell’Iss), da ottobre 2019 a febbraio 2020 il numero di casi stimati di sindrome simil-influenzale è stato di circa 5 milioni e 632mila. Tra il 2007 e il 2017, i morti "diretti" per influenza sono stati in media 460 l'anno, mentre le stime per i dicessi "indiretti" vanno dai 4mila ai 10mila l’anno». Da «questo deducevo», sottolinea ancora, che «non deve preoccuparci la letalità, ma la velocità di diffusione» e precisavo: «L'emergenza potrebbe avere pesanti ripercussioni sul sistema sanitario».

Peraltro, esaminando i decessi, che il commissario Angelo Borrelli continua a chiarire essere i dati totali comprensivi dei morti "con" e "per" coronavirus, il fondamentale report dell’Iss sui pazienti morti (17 marzo) riportava che complessivamente 3 (0,8% del campione esaminato) presentavano zero patologie, 89 (25,1%) una patologia, 91 due patologie (25,6%) e 172 (48,5%) tre o più patologie. Terza e ultima mia frase "incriminata": "Tra poco il 60-70% della popolazione sarà positivo, ma non dobbiamo preoccuparci" (13.3.2020). Anche questa affermazione è stata più volte confermata, in termini più ampi. Il 4 marzo, in un’intervista, Ilaria Capua, alla domanda "A che punto è l'epidemia in Italia?", rispondeva: "Non lo sappiamo: i contagiati sono molti di più di circa 2mila dichiarati". Quanti? "Forse anche oltre 100 volte tanto". Perché una differenza così clamorosa tra numeri ufficiali e dati possibili? "Perché i test più usati individuano il virus e non gli anticorpi. Di conseguenza non sappiamo quanti siano gli infetti, contando sia i sintomatici sia gli asintomatici».

«Potrei continuare - conclude Gismondo - ma non credo sia necessario. Il mio unico intento è dare al lettore un quadro chiaro in un momento così impegnativo e consentire la lettura degli effettivi dati scientifici. La vera scienza, come più volte ho sostenuto, esige un dialogo aperto tra ricercatori che abbiano il coraggio di discutere pur sostenendo orientamenti diversi. Dal confronto leale e corretto credo nasca la vera scienza».

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