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Camminando, camminando Andrea cerca di vincere la sfida contro il cancro

E' un uomo catanese che alla sua malattia e alla sua passione per i lunghi percorsi fatti a piedi, ha dedicato un libro. Che intende essere un messaggio di speranza

Camminando, camminando Andrea cerca di vincere la sfida contro il cancro

Andrea Spinelli, nato a Catania nel 1973, ha un “adenocarcinoma alla testa del pancreas in stato avanzato e non operabile dall’ottobre 2013”. Da questa condizione, che grava come una condanna inesorabile, è nato il libro “Se cammino vivo. Se di cancro si muore pur si vive” (Ediciclo editore), un modo per sfatare tabù sulla parola “cancro”.

Chi era Andrea Spinelli prima di diventare il Davide che lotta contro il Golia-cancro? Che mestiere facevi?

«Non sono mai diventato un Davide che lotta contro il Golia-cancro. Ho lavorato in uno studio fotografico di un paesino etneo, ho avuto una pur breve carriera in Aeronautica militare, ho distribuito volantini in giro per Catania per pagarmi un viaggio in treno sul territorio europeo; ho persino conseguito un brevetto di pilota di aeroplano. Ho fatto veramente tante cose. Oggi sono un malato di cancro ed è questa parte della mia vita che deve destare interesse; la mia non è una sfida alla malattia, e non la considero una guerra. Io sfido la parola “cancro” perché di tumore si parla ancora troppo poco».

Ci sono più rimpianti o rimorsi nella tua vita di oggi?

«Un po’ e un po’, però è la mia vita, e ripercorrerei tutta la strada di nuovo, comprese le buche: ho fatto molti errori, ma ho anche raggiunto traguardi importanti. Posso garantire che quando si sente il gong, quando si sente la campana suonare, il tempo assume l’importanza che merita. Andiamo troppo veloci, meglio una vita alla velocità del cammino».

Qual è il cammino a piedi che più ti è rimasto nel cuore?

«Senza alcun dubbio il cammino da Roma ad Assisi mi ha toccato nel profondo, anche se sono consapevole che non esiste un cammino più bello di un altro. Poter ancora camminare è un dono, i passi sulle orme del Poverello mi hanno aiutato a riflettere. Ho avuto la forza di percorrere diecimila chilometri a piedi in un periodo relativamente breve: da febbraio 2017 ho potuto contare oltre quattordici milioni di passi e li porto tutti nel cuore in questo momento».

Cos’è per te la fede? Credi nell’aldilà?

«È una domanda personale. Sono innamorato della natura e del mondo che mi circonda. Credo che gli alberi comunichino tra di loro, non so se questo sia possibile nell’aldilà, al momento mi piace pensare solo di restare il più possibile al di qua. Guardando le stelle di notte si fa fatica a non credere in un Dio, io aggiungo che anche guardando l’oceano Atlantico ci si fa questa domanda, ma questi dubbi li hanno avuti anche altri prima di me, non sono solo, penso di essere in ottima compagnia».

A chi vanno i tuoi ringraziamenti per il dono di combattere la malattia con coraggio e persino serenità?

«A mia moglie perché - come sempre ho scritto e creduto - le persone veramente forti sono quelle che restano. Ringrazio anche tutte le persone che mi vogliono bene, e chi m’incoraggia, chi mi segue, pure chi mi mostra indifferenza; ringrazio tutti perché ho la serenità per poterlo fare e questo mi permette di andare avanti, fino al giorno in cui farò gli ultimi passi. Allora ringrazierò anche me stesso».

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