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Davide Aricò, il manager artista: «L’arte è sogno e immaginazione»

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Davide Aricò, il manager artista: «L'arte è sogno e immaginazione»

Di Graziella Pulvirenti

L’arte è una intuizione poetica, aggiunge vita alla vita, sperimenta linguaggi e tecniche per tracciare nuovi percorsi. In ogni periodo storico il vero artista è colui che sperimenta. Anche per Davide Gianmaria Aricò sperimentare è la prima categoria del suo universo artistico, quando, ad esempio, utilizza materiali che possono sembrare inadatti alla pittura (musicassette, guaine dell’edilizia, mattonelle a mosaico), ma che acquisiscono una nuova funzione, se opportunamente trattati: diventano un supporto che entra in simbiosi con l’opera e la arricchisce di significato. «È pura sperimentazione. Mi interessa dipingere su materiali diversi – spiega - per vedere qual è l’effetto finale, quale tratto viene fuori con il pennello quando scorre sopra un tappeto sintetico, un floppy disk, una guaina o un coperchio per il pozzetto elettrico. Mi serve a creare movimento, come chi utilizza molta materia e molti colori».

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Catanese, 50 anni, laureato in Scienze biologiche, manager di una multinazionale farmaceutica, Aricò ha realizzato una serie di opere interpretando in maniera originale la “Recovery Art”, l’arte contemporanea che attribuisce al rifiuto un differente valore, e a cui Aricò ha conferito nuove suggestioni. È anche musicista - ha suonato negli anni Ottanta con gruppi della scena rock - e compositore.

Qual è tipo di ricerca sta alla base di queste opere?

«Non sono tecniche codificate, vado per tentativi. L’importante è che, fatto il collage dei pezzi, si deve usare qualcosa che permetta alla pittura di prendere sulla plastica; io uso la cementite che mi permette di dipingere in acrilico e in olio. Poi ho sperimentato di mescolare la colla vinilica con la sabbia dell’Etna, il risultato è una vernice sabbiata molto efficace, una base che poi ravvivo con i colori».

Aricò inizia a dipingere nel 1995, segue con interesse la pop art di Andy Warhol, il pop-fumettistico di Roy Lichtenstein, e comincia a esporre nel 2008, quando debutta come pittore a Catania nella mostra “Musica in Faccia”, 25 quadri che rappresentano reinterpretazioni pop dei volti di noti musicisti. Da allora numerose sono le partecipazioni a rassegne di pop art. Le sue opere sono sorprendenti, eccentriche, ricche di creatività, incisive nel significato, cariche di forza espressiva. E ogni serie, da Upperground a Urban a Recovery Art, segue un filo espressivo autonomo.

Come definisce la sua arte?

«Mi ritengo un artista di tipo figurativo, l’arte è un modo di rappresentare me stesso, le persone a cui voglio bene, la vita. Non voglio sublimare i miei soggetti nell’astrazione, perché l’astrazione è anche un modo per nascondere una parte di sé. Mi ritrovo nelle figure, nei volti, sono junghiano, prediligo l’archetipo, il simbolo».

Le restrizioni che abbiamo vissuto a causa della pandemia sono state una fonte di ispirazione?

«Assolutamente sì, in questi ultimi mesi ho prodotto tantissimo, ben otto quadri. Percepisco una sorta di ansia collettiva, la quale genera reazioni ancestrali, perché vediamo compromesso il futuro e proviamo una sorta di irresoluzione che disorienta. Ho voluto dare un contributo diverso da chi rappresenta personaggi con la mascherina, per immaginare una dimensione completamente diversa da quella che viviamo oggi».

Cosa ha realizzato?

«Ho iniziato una nuova serie che si chiama “Fable”, in cui rappresento volti in bianco e nero, su uno sfondo colorato, che hanno occhi bellissimi e labbra perfette e rievocano personaggi del mito, come la dea induista Kali, Lilith la prima moglie di Adamo, Nimue la dama del Lago, Starman ispirato alla canzone di David Bowie, The Fool, il folle, un arcano maggiore dei tarocchi. Mi piace la contaminazione misteriosofica, volti moderni con aspetti inquietanti».

Quale il loro significato?

«Il nome stesso dà il senso: quando non si può vivere la realtà concreta, come accade oggi, si sogna, c’è più spazio per l’immaginario, per la fiaba, prevalgono le storie. Probabilmente è emersa la necessità inconscia di fare venire fuori quelle figure archetipe che vivono in ognuno di noi».

C’è una serie che si chiama Upperground, cosa vuol dire?

«È il contrario di Underground, oggi non c’è motivo di nascondere l’arte, è tutto esplicito, alla luce del sole. Rappresento personaggi che sono anche provocazioni, che attingono alla mia parte giocosa. Ad esempio c'è “Il Mangiacuori”, che prende un cuore da un pacco di fonzies e rappresenta l’amore consumistico, take away; “Il Batticuori”, un tennista a torso nudo che sprigiona sensualità e fa una battuta con un cuore. Allo stesso modo nella serie “Urban” propongo la street art, l’arte che si vede nei palazzi, sui muri».

Quali progetti ha in cantiere?

«Completare le mie ultime serie e realizzare tre mostre. Fare network con altri artisti per creare scambi positivi e condividere le esperienze, anche con chi si occupa di arti differenti, dalla poesia alla musica».

Tra il lavoro di manager e la pittura sembra esserci molta distanza, come fa a conciliare?

«Alla base del mio modo di essere c’è come un filo che lega la creatività e l’intuito, perché il mio lavoro non è così distante dai miei interessi artistici. I due aspetti non sono in antitesi ma si conciliano, tanto che per me l’arte diventa un momento di autorigenerazione che influenza molto anche il lato empatico del mio lavoro».

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