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Qua la zampa

Catania: è morto Melo il cane “custode” dell'ex Monastero dei Benedettini, amato da studenti e docenti

Il bel ricordo del professore Antonio Di Grado sul "filosofo benedettino" a quattro zampe 

Di Redazione

L'Università di Catania piange il cane Melo un meticcio che da anni e anni accoglieva nuovi e vecchi studenti al Monastero dei Benedettini, sede del dipartimento di Scienze Umanistiche (Disum). Melo è morto. Era un cane speciale, unico coccolato e viziato da chiunque gli passasse accanto, era il vero “padrone di casa” del Monastero, dove girava per i corridoi e per i cortili, portando il sorriso nella stressante vita degli studenti universitari che gli aveva dedicato anche una pagina Facebook

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.Si era instaurato veramente un rapporto speciale tra il cane Melo e le persone che lì transitavano. Negli anni era diventato anche il portafortuna per molti studenti in procinto di sostenere gli esami. Era diventato il simbolo e la “mascotte” dell’ex Monastero dei Benedettini.

L'anno scorso era stato male, anche a causa dell'età avanzata aveva avuto problemi a una gamba, zoppicava per un carcinoma e aveva bisogno di essere operato.  Così, grazie a una piccola somma raccolta, era stato ricoverato in uno studio veterinario dove era stato eseguito con successo un intervento chirugico che aveva permesso all'animale di tornare in quella che era la sua casa, ovvero l'ex Monastero per essere di nuovo coccolato da studenti, docenti e impiegati. 

Ora però il cane Melo non c'è più. E in tanti lo hanno ricordato. Ha avuto un pensiero per lui anche Antonio di Grado, illustre critico letterario e professore ordinario di Letteratura italiana proprio al Dipartimento di Scienze Umanistiche di cui è stato, tra l'altro, vicepreside: «Mi dicono che Carmelo, il filosofo benedettino, è morto - ha scritto Di Grado sui social -. Cane amatissimo, custodiva l'edificio e girava per aule e corridoi con la stessa consapevole autorevolezza d'un preside o d'un rettore. Preso di sé e del suo compito, assorto, imperturbabile, non l'ho mai visto scodinzolare, far feste, leccare, elemosinare l'attenzione come fanno i cani qualunque. Si lasciava accarezzare ma mantenendo il suo aplomb, la sua innata fierezza. Suppongo che sia morto con la stessa grande dignità, e che ora volteggi nel quarto cielo del paradiso dantesco, quello degli spiriti sapienti».

 

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