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Özdogan: «La mia Io dalla potente femminilità»

Di Monica Cartia |

Deniz Özdogan è nata ad Istanbul. Grandi occhi neri e un sorriso che porta speranza. La stessa che augura alla sua Turchia: «Dai momenti bui si arriva alla fine della notte poi alla luce». Sarà Io in “Prometeo incatenato” di Eschilo che debutta stasera con la regia di Leo Muscato.

Quando ha capito che il teatro era la sua vita?

«Credo da subito. A Istanbul esiste questa realtà prestigiosa e antica che è il Teatro Nazionale. L’età minima era sette anni ma l’età sfuggì ai miei genitori che non avevano letto bene il bando e mi presero a cinque. Sono cresciuta lì dentro. Impari e vai in scena. Non sapevo né leggere né scrivere e ricordo che non volevo più andare. Poi mia madre mi chiese di aspettare un anno. Non capivo il concetto del tempo. Il numero 1 mi sembra poco e accettai la sua proposta. Non ho mai smesso di fare teatro».

E poi la scelta di venire a studiare recitazione in Italia.

« A Istanbul c’è una biennale di teatro e vengono registi da tutto il mondo. Andai a vedere Strehler con “L’isola degli schiavi” e ricordo soprattutto una scena in cui uomini e donne ballavano in cerchio seminudi in una danza di libertà. Quel desiderio di libertà che non mi ha mai lasciato».

Non è la prima volta che recita con Leo Muscato

«La prima ne “Il Gabbiano” di Cechov e poi nel film “La rivincita”. È stato il primo uomo folle a credere in me e a portarmi sul palco. Avevo appena finito l’Accademia. Con Leo è stato un incontro artistico e spirituale. Ci accomuna anche l’amore per la musica. Uno dei suoi lati più preziosi è l’umanità. Ti fa sentire una collaboratrice. Si prende cura delle persone con cui lavora e questo fa sì che le persone tirino fuori il meglio di sé e non per compiacere perché non è un uomo che cerca potere. È un rapporto tra pari».

La prima volta al Teatro Greco di Siracusa. Cosa prova?

«Mi sono inchinata. Ho sentito una bella energia, tanto amore. Da quell’inchino in poi come segno di riconoscenza sento che stiamo tutti collaborando; sento su di me tutti questi grandi nomi che sono passati da lì e il pubblico che da stasera siederà sui gradoni di pietra. L’energia gira e ritorna come benedizione».

Io, desiderio di Zeus; trasformata in giovenca da Era per gelosia, sarà alla fine la soluzione. Come si è accostata al personaggio?

«Sono stata chiamata da Io. Sono anni che ragiono su di lei. Io vengo da Istanbul e chi vive lì sa che il Bosforo si chiama “il passaggio della giovenca” e la sua energia è arrivata a noi da quando siamo nati; sappiamo che il mar Ionio si chiama così per lei. Non si tratta di una povera fanciulla trasformata in vacca che piangendo diviene pazza. È una sacerdotessa, di quelle che danzando portavano il cielo in terra e la terra in cielo; di una femminilità molto potente, per questo sarà il desiderio di Zeus e la gelosia di Era. Lei trasformata in vacca, senza dormire, senza mangiare, perseguitata e torturata dal tafano. Argo con mille occhi come un uomo geloso la segue ovunque. Lei attraversa tutto il mondo all’epoca conosciuto per arrivare alla sorgente del Nilo e quando si arrende, solo lì Zeus la ritrasforma in donna. E lì che lei, arresa e stanca, partorirà Epafo, il nuovo uomo. Personaggio positivo e di una femminilità enorme. Il suo viaggio non è ancora finito, come il tempo ciclico del teatro».COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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