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Nino D'Angelo, tris in Sicilia

Il 9 marzo a Palermo, poi Catania e Messina. I 40 anni del successo di ‘Nu jeans e ‘na maglietta 

Di Luigi Provini

Nino D’Angelo torna protagonista in Sicilia e lo fa con una serie di appuntamenti nelle tre maggiori città isolane. Il suo tour “Il poeta che non sa parlare” farà tappa, infatti, il 9 marzo al teatro “Golden” di Palermo, il giorno successivo al “Metropolitan” di Catania e quello dopo ancora al “Palacultura” di Messina. Triplo incontro, quindi, tra il celebre cantante napoletano e gli appassionati siciliani. Una parentesi, condensata in tre giornate, che si inserisce all’interno della tournée che sta conducendo l’artista su e giù per il bel paese. Un 2022 che si è aperto alla grande per D’Angelo e che pare sia destinato a lasciare il segno; non solo perché è quello in cui si celebrano i quarant’anni del successo che lo ha lanciato nel palcoscenico dei “grandi” (‘Nu jeans e ‘na maglietta), ma anche perché, a giugno, spegnerà sessantacinque candeline. Facile prevedere a cosa possa essere ispirata la torta; musica, intanto, ma pure e soprattutto rivendicazione del proprio percorso artistico e non.
«Credevamo di poterci finalmente proiettare  verso un periodo di serenità -  dice D’Angelo -. Ho atteso con grande trepidazione l’inizio del mio tour proprio perché l’ho immaginato come il ritorno alla vita “di prima”. Purtroppo, però, non posso nascondere la mia tristezza e preoccupazione per quel che sta accadendo in Ucraina. Ogni volta che mi soffermo davanti alla televisione penso a quella povera gente che sta soffrendo, sono molto vicino al popolo ucraino e mi auguro che si possa presto parlare al passato di questo brutto incubo».
Di nuovo nei teatri, era ora.
«Torno a casa mia e a fare quello che amo; sul palco e a cantare. È incredibile come mi senta a mio agio quando sono là fuori per le esibizioni. Vivo sempre i concerti con tanta emozione, spero di riuscire a controllarla e a governarla. Gli ultimi due anni li ho trascorsi con difficoltà, talvolta un pizzico di depressione. Adesso voglio solo tornare tra la mia gente e far tornare centrali gli incontri e i rapporti umani».
Ti senti più cantante o rappresentante?
«Entrambe le cose. Io sono uno del popolo, per me è un privilegio ed è stata una grande responsabilità quella di sapere di rappresentare uno strumento per tanti. Sono figlio di una comunità ben precisa, ho sempre pensato a loro. Da piccolo trascorrevo molto tempo con alcune signore del mio palazzo, la mia mamma spesso mi lasciava giocare con i miei coetanei. In questo modo si viveva dentro a una grande famiglia e si rinsaldavano i rapporti».
Nei tuoi brani è facile intuire i messaggi che vuoi comunicare.
«Dare voce alla gente che dalla vita ha avuto meno, accendere la luce sui “dimenticati” e far capire che esiste troppa gente inascoltata. Questo è sempre stato il mio scopo e, lo dico con molta franchezza, anche il motivo del mio successo. Molti mi hanno visto come un punto di riferimento e ciò mi ha gratificato e reso orgoglioso di quel che ho fatto. Ovviamente, finché avrò forza, continuerò nella mia missione. Bisogna abbattere i muri, non distinguere le persone tra ricche e povere da un punto di vista materiale. La ricchezza va misurata in umanità, non in denaro. Dobbiamo combattere le disuguaglianze sociali».
“Il poeta che non sa parlare” è musica, ma non solo. Album musicale e un libro edito da Baldini+Castoldi; un’idea nuova?
«Sì, ne sono molto contento. Una mia maestra a scuola mi chiamava così, diceva che pensavo cose bellissime, ma non riuscivo a scriverle bene. Mi diceva: “sei un poeta, anche con gli errori di grammatica arrivi dritto al cuore”. Spero sia così per davvero. Pure oggi che provo a utilizzare bene i congiuntivi». 

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