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E' morto Jean Luc Godard, il regista Oscar nel 2011 che lanciò Jean Paul Belmondo e Brigitte Bardot

Di Redazione
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Da anni era ormai l’uomo invisibile del cinema mondiale: non si mostrava in pubblico, aveva trasformato il suo domicilio ginevrino nella «caverna» di Platone, schivava le cerimonie ufficiali, non accompagnava i suoi film, evitò perfino di ritirare l’Oscar. Si sarebbe dovuto immaginare che anche per l'ultimo viaggio avrebbe scelto un annuncio inconsueto.

Si è affidato al quotidiano francese (Liberation) che come i «suoi» Cahiers lo ha sempre venerato e adesso tutto il mondo rimpiange un talento tanto unico quanto inclassificabile, Si può ben dire che esiste un cinema prima e dopo Godard. E che la sua è stata una stella pulsante, una supernova abbagliante e adesso spenta. 

Nato a Parigi da genitori protestanti svizzeri il 3 dicembre 1930, Godard si può permettere un’adolescenza da studente curioso e sensibile al mondo americano, conosciuto come casa sua grazie alle centinaia di film che può vedere alla Cinematheque francese del Palais de Chaillot sotto la paterna tutela del suo mentore, Henri Langlois. Si laurea in etnologia alla Sorbona, comincia a scrivere di cinema per la Gazette du cinéma (un esplosivo saggetto su Joseph Mankiewicz nel 1950), entra nel giro dei «Cahiers du cinema» due anni dopo firmandosi con lo pseudonimo Henri Lucas. Incoraggiato dalla madre, erede di una stirpe di banchieri, comincia a viaggiare per vedere il mondo che nutre il suo immaginario, poi trova lavoro in Svizzera per la costruzione della diga della Grande Dixence nel Vallese. 

E’ una breve parentesi perché poi ritorna a Parigi e si fa prendere dal demone della creatività generata dalla Nouvelle Vague nascente, filma i suoi primi cortometraggi e si lega di profonda amicizia a François Truffaut con cui nel '58 realizza «Une histoire d’eau». L’amico gli passa il soggetto di «Au bout du souffle» (All’ultimo respiro) con cui debutta da regista nel '59. Fin da quel folgorante esordio (con l’astro nascente Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg) diventa un punto di riferimento, il film è il manifesto della Nouvelle Vague e ai produttori piace il suo atteggiamento iconoclasta ma devoto ai grandi generi popolari come il poliziesco. 

Per dieci anni, fino al 1967, lavorerà a rotta di collo con ben 22 titoli (tra lunghi e corti) che fanno storia, tra cui «Le petit soldat», «Les carabiniers», «Une femme est une femme», «Le mepris», «Bande à part», «Une femme mariee», «Weekend», «Deux ou trois choses que je sais d’elle». Nel frattempo trova il modo di sedurre la sua attrice-feticcio, Anna Karina, rompe l'amicizia con Truffaut per questioni di ideologia politica ed estetica, prende le distanze dalla maggior parte delle correnti in voga, ritagliandosi un ruolo di polemista, pioniere del nuovo. Ogni suo titolo fa scalpore, decostruisce letteralmente i codici della narrazione. Trionfa anche al box office con "Pierrot le fou» (1965), arruola Brigitte Bardot (e Fritz Lang) per «Le mepris», partecipa alle contestazioni del '68 sia in strada che al festival di Cannes, l’ultima sua apparizione in compagnia di Truffaut. 

Infatti già l’anno prima, nel '67, ha scelto una nuova via artistica: quella dell’impegno politico. Dirige «La chinoise» e dà il via al suo periodo militante culminante negli anonimi "Cinetracs» del gruppo Dziga Vertov, «Vento dell’est» con Gian Maria Volontè e «Crepa padrone tutto va bene» ("Tout va bien") con Yves Montand del '72 in cui fa il bilancio critico di una generazione di intellettuali scollati dalla vita reale, più o meno come negli stessi anni fa in Italia Citto Maselli con "Lettera aperta a un giornale della sera». Del dandy sofisticato e viveur con cui si era imposto sulla scena parigina rimane ormai ben poco: piccolo, solitario, perennemente corrucciato, ingolfato in pesanti maglioni e protetto dagli occhiali scuri, ha scelto la solitudine e la riflessione. Dopo un viaggio in Canada si richiude a Grenoble per tre anni e si mette a sperimentare le tecniche della visione concentrandosi sugli aspetti tecnici: manipola la pellicola e i processi di sviluppo, usa mezzi economici e semi-professionali come il supporto 8mm, inventa obiettivi e tecniche di montaggio mai sperimentate.

Nel '75 gira in video «Numero Deux» che assomiglia più a un saggio per immagini che a un film. Nella bacheca di casa ha già due Leoni d’argento per «Questa è la mia vita» e «La cinese», insieme a moltissimi altri riconoscimenti, ma tutto ciò sembra non interessarlo più. I suoi riferimenti sono Vertov, Ejzenstein, Griffith, autori che prima di lui hanno coniato un nuovo linguaggio. Nel 1982 la Mostra del Cinema gli conferisce un Leone d’oro alla carriera che lo spinge a un nuovo attivismo. Torna al Lido un anno dopo con il rivoluzionario «Prenom Carmen" e il presidente della giuria, Bernardo Bertolucci, spiega ai suoi giurati che intende dargli il massimo premio ancor prima di vedere il film. Il pronostico si avvera e il film vince il Leone d’oro. «Passion» (82) e «Prenom Carmen» (83) sono i titoli spartiacque dell’ultima vita artistica di Godard. Seguiranno molte altre prove, tra cui capolavori indecifrabili ma pieni di suggestione come «Nouvelle vague» (in cui tutti i dialoghi sono desunti da film del passato), lo scandaloso «Je vous salue Marie» , «Germania nove zero» in cui rilegge a modo suo Rossellini. Tra il 1988 e il 1997 mette mano alla sua grande utopia: «Histoire(s) du cinema», una bibliografia filmata della settima arte che tradurrà in 4 volumi prodotti da Canal+. Nel 1995 il festival di Locarno rende omaggio allo svizzero Godard (che nel frattempo è tornato a casa, nella sua Ginevra dove viveva ormai da eremita) con il Pardo d’onore. Nel 2011 a lui si inchina anche Hollywood con un Oscar alla carriera. Piu; di recente ha salutato il Festival di Cannes con « Adieu au language » (2014, Premio della Giuria) e «Le livre d’image" (2018). Per l’occasione la giuria decise, d’accordo con il Festival, di assegnargli una Palma d’oro speciale. Naturalmente ritirata.,..a distanza.
 

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