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Gomme e pannelli di eternit: ecco come viene deturpato il Patrimonio dell’Etna

Di Andrea Lodato |

Peggio sarebbe difficile. Perché ci sono pneumatici accatastati, tanti, come se, ed è evidentemente così, qualcuno avesse scelto quello spiazzo nell’incanto del Parco, per usarlo come cimitero per gomme vecchie e da buttare. Accanto pannelli di eternit, in parte intatti, in parte anche sbriciolati. Con tutto quel che significa per l’ambiente, per l’aria, per i venti che da quella zona soffiano forti e portano anche lontano tutto, polveri in testa.

Un disastro, un altro attentato alla bellezza naturale dell’Etna, capitato sotto gli occhi e sotto l’obiettivo di Fabrizio Zuccarello, che lo ha fotografato e immediatamente rilanciato in Rete, nella sua pagina Facebook. Scrivendo: «Monte Albero 1200 mt Etna Sud… un “amore” per la propria terra che dura da un eternit..à. #bestiemaledette».

Non ci sono altre parole, né attributi. Bestie maledette”. Quella discarica, una delle tante sparpagliate sui fianchi della montagna che tutto il mondo ci invidia, è l’immagine di atteggiamenti non solo incivili, ma criminali. C’è un attentato alla natura, un oltraggio, una violenza inaudita anche contro un sistema economico che nella ecosostenibilità assoluta potrebbe svilupparsi facendo del vulcano una miniera d’oro.

Invece continuano a mancare controlli, quelli che effettivamente dovrebbero scoraggiare le #bestiemaledette. Ancora c’è chi fa finta di non capire che creare ed alimentare una discarica come quella di Monte Albero è un attentato, che crea conseguenze irreversibili in molti casi. E’ grave che ciò accada in qualunque luogo, ma qui, se possibile, lo è di più. L’Etna è un sito naturale del Patrimonio dell’Umanità. Con grande e giustificata enfasi, il sito del Parco dell’Etna, ricorda: «L’Etna nel giorno del solstizio d’estate viene iscritta nella World Heritage List. A Phnom Penh, capitale della Cambogia, nell’ambito della 37esima sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale Unesco con la partecipazione di oltre 180 Paesi, la fase dei lavori relativa alle “Nominations”, le iscrizioni dei nuovi siti nella lista del Patrimonio Mondiale ha dato stamattina l’ultimo, decisivo verdetto favorevole per l’iscrizione del vulcano siciliano, che diventa il quarto sito naturale italiano (dopo le Dolomiti, le Isole Eolie e il Monte San Giorgio) a fregiarsi dello straordinario riconoscimento».

Ma la gente se ne frega altamente, non tutta, ma la peggiore, che è anche quella che provoca i danni maggiori alla collettività, che distrugge immagini costruite con fatica, con sacrifici, con impegno. E rischia di far fallire progetti, la sacrosanta ambizione di essere davvero terra aperta ai viaggiatori, a chi viene quaggiù per scoprire non solo mare e sole, ma il bello da guardare, ammirare, da respirare a pieni polmoni. Tempo fa un esperto di turismo catanese con grande esperienza internazionale come Mario Bevacqua, raccontò di avere portato da Catania, da piazza Duomo, sino al Rifugio Sapienza, un gruppo di tour operator giapponesi, che erano interessati a vendere pacchetti in cui ci fosse una visita sull’Etna.

Quando il gruppo arrivò in cima al vulcano, scese dal pullman e dentro un bar i giapponesi, che si erano fermati a bere un caffè, spiegarono a Bevacqua: «Montagna molto bella, molto affascinante. Da qui panorama unico, con neve sopra, mare sotto. Peccato per quelle dodici discariche, dodici, che abbiamo visto strada facendo. Se noi mandiamo qui turisti giapponesi e loro vedere quei rifiuti, al ritorno vogliono rimborsato biglietto. E’ una vergogna per loro venire in queste condizioni».

Una vergogna. L’aneddoto risale ad alcuni anni fa e la situazione sembra essere cambiata molto poco. Bisogna investire, con un progetto di sensibilizzazione, certo, di educazione civica, ma anche con una repressione che sia durissima, inflessibile, che faccia pagare a chi sbaglia non la semplice sanzione, ma i costi del disastro sociale che quell’atteggiamento provoca. Il che significa videosorveglianza, con bandi che consentano a tutti i Comuni dell’Etna di avere risorse e un quadro quanto più esteso possibile del controllo. E poi dare più mezzi al Corpo Forestale, che deve essere l’avamposto della tutela di quel patrimonio. E, se serve (e serve sempre), collaborare con le associazioni ambientalistiche, con volontari, con chi è in grado ed ha voglia di dare una mano a questa terra a migliorare e a migliorarsi un po’. Anche contro le #bestiemaledette.

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