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Esplosione di Catania, prende corpo l'ipotesi del suicidio finito in tragedia

Un vigili del fuoco: «Prima del boato c'è stata una trattativa con Longo». Ma un testimone continua a sostenere che i pompieri hanno usato un arnese per aprire l'officina

Esplosione di Catania, prende corpo l'ipotesi del suicidio finito in tragedia

Alcune delle bombole di gas sequestrate dopo l'esplosione al Fortino

CATANIA - Potrebbero addirittura essere riusciti a parlare con Giuseppe Longo, pochi istanti prima della deflagrazione, i vigili del fuoco rimasti coinvolti nella tragica esplosione di martedì sera, in via Garibaldi. La notizia circola con insistenza fra i colleghi di Dario Ambiamonte e Giorgio Grammatico, i due pompieri rimasti uccisi, nonché di Giuseppe Cannavò e del caposquadra Marcello Tavormina, che a loro volta lottano fra la vita e la morte all’ospedale “Garibaldi”.

Tale circostanza - dicono - troverebbe conferma indiretta in due chiamate, distanti pochi minuti l’una dall’altra, che la squadra del turno B del comando provinciale dei vigili del fuoco, arrivata al Fortino circa venti minuti prima di concludere il proprio turno di lavoro, avrebbe fatto al 118. «La procedura prevede - chiarisce un collega delle quattro vittime - che in casi di fuga di gas venga comunque fatta arrivare sul posto un’ambulanza. Nell’occasione tale richiesta è stata in un primo momento annullata, perché dall’interno dell’officina di riparazione biciclette il Longo avrebbe dato una voce ai soccorritori, dicendo di non avere bisogno di nulla. Non escludiamo che in quei frangenti l’anziano, che a questo punto è lecito pensare volesse farla finita, abbia impresso un’accelerazione ai suoi programmi, provocando l’esplosione che ha subito ucciso Dario e Giorgio e ferito gli altri colleghi».

Una chiave di lettura diversa, certamente da verificare e che potrebbe essere comunque tenuta dagli inquirenti nella debita considerazione, visto che in questo momento nulla può essere trascurato. Ciò anche se la verità dei fatti, incontrovertibile, è che adesso il caposquadra Marcello Tavormina si ritrova indagato dalla Procura della Repubblica di Catania per disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Forse un atto dovuto, come si dice in questi casi, oppure un atto determinato dalle dichiarazioni di un testimone - Felice Lizio, che abita a un passo dal luogo in cui è avvenuta la tragedia - il quale avrebbe assicurato agli investigatori della squadra mobile che i vigili del fuoco hanno utilizzato un arnese per forzare e aprire la porta d’ingresso che dà su via Garibaldi. La stessa porta che, divelta a seguito della deflagrazione, ha sostanzialmente ucciso Ambiamonte e Grammatico e ridotto in fin di vita Cannavò e Tavormina.

«Ho visto un pompiere usare un arnese per tagliare il lucchetto della seconda porta dell’abitazione - ha raccontato - Gli ho detto “ma che sta facendo?” e lui mi ha risposto, “si allontani”. Ho fatto due passi, riuscendo a tirare per la giacca il mio vicino di casa, e c'è stata l’esplosione».

Ecco perché, nel fascicolo aperto dal procuratore Carmelo Zuccaro e dal sostituto Fabrizio Aliotta, si fa riferimento, con contestazione, a una «cattiva valutazione dei fatti» da parte del caposquadra.

«Mi sento un miracolato - ha poi chiosato Lizio - di quegli istanti terribili non ricordo tanto il boato, quanto l’onda d’urto che ha sbalzato i vigili del fuoco. A tutto questo, subito dopo, è seguito l’inferno».

Le parole di Lizio sarebbero state confermate davanti agli investigatori della squadra mobile da un secondo testimone, ma di tale e non meglio specificato “arnese” non si sa molto di più e, comunque, non ne vogliono sentire parlare i vigili del fuoco, che già ieri mattina hanno ufficialmente reso noto che «non emergono al momento elementi che indichino un innesco provocato dall’esterno per l’uso di attrezzature». E pure lo stesso comandante nazionale, Gioacchino Giomi, ha sottolineato come sia ancora presto per parlare di dinamica dei fatti.

Un atteggiamento condiviso anche dalla Procura, che sa bene come sia possibile in questo momento avanzare tante ipotesi, anche suggestive, ma che poi per sostenerle ufficialmente sarà necessario il conforto degli elementi scientifici provenienti direttamente dai periti. Ad esempio, in merito al possibile dialogo della squadra con Longo, bisognerà appurare, per avere conferma, se il pensionato fosse vivo o meno al momento della deflagrazione; ma anche in che circostanza e in quale luogo esatto dello stabile sia avvenuto l’innesco, nonché da quale delle tre bombole sequestrate dalla polizia sia stato fatto fuoriuscire il gas. Sempre che ciò sia avvenuto per scelta umana.

In verità, come suggerito dagli stessi colleghi delle vittime, prende corpo proprio l’ipotesi che il pensionato abbia voluto davvero togliersi la vita. La squadra mobile sta sentendo diverse persone anche per chiarire questo non secondario aspetto e il quadro che ne viene fuori è quello di un uomo solo, con gli acciacchi determinati dagli anni e, per di più, con i parenti più stretti trasferiti a Milano. A rafforzare questa ipotesi anche una lettera trovata nel pensionato dove viveva Giuseppe Longo. Nella missiva l’uomo tratteggia la sua solitudine e dice di essere stanco, scrivendo anche un «se mi cercate mi troverete in via Sacchero».

Fino a quattro giorni fa Longo, che non è che avesse una posizione economica florida, era stato ospite di questa casa di riposo non distante dal luogo della tragedia dove è stata rinvenuta la lettera, ma all’improvviso non vi aveva più fatto ritorno e pare si fosse stabilito nell’officina. Con quali comodità? Anche questo non è dato saperlo, almeno in questo momento: l’esplosione in quel basso fra via Sacchero e via Garibaldi ha lasciato davvero ben poco.

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