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Cronaca

Quando il falso pentito Scarantino piangeva in cella: «Io sono innocente»

Guardia carceraria ricorda il detenuto che all'epoca era rinchiuso a Pianosa e che denunciava torture

Di Redazione

«Ricordo quelle grida, quei pianti infiniti di Vincenzo Scarantino. Lui era in cella da solo e non poteva parlare con nessuno perché era vietato. All’epoca era ancora un po' sovrappeso. E ricordo che quando mi incontrava diceva sempre: "Io sono innocente, ma non mi credono". Si vociferava che si stava facendo di tutto per farlo parlare o che, comunque, stava per iniziare a collaborare».

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A parlare con l’Adnkronos è una guardia carceraria che «nel periodo tra dicembre 1993 e gennaio 1994», come ricorda lui, prestò servizio nel carcere di Pianosa, dove era detenuto anche Vincenzo Scarantino, il falso pentito che con le sue dichiarazioni fasulle fece condannare degli innocenti alla pena dell’ergastolo con l'accusa di avere partecipato alla strage. 
«Io non sapevo nulla di mafia», racconta mentre si trova in via D’Amelio dove vuole fare un selfie con Antonio Vullo, l’unico agente di scorta sopravvissuto nella strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Preferisce non dire il suo nome perché «presto ancora servizio in un carcere in Sardegna», spiega. Scarantino, di recente, interrogato nel processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage Borsellino, parlò delle «torture» che avrebbe subito in carcere a Pianosa.

«Nel carcere di Pianosa andavo a colloquio, mi facevano spogliare nudo e c'era la paletta, quella per controllare se c'è ferro, e mi davano dei colpi nelle parti intime. Dopo mi dicevano di guardare a terra e mi davano schiaffi in bocca perché guardavo a terra. Guardavo a loro e mi davano calci con gli anfibi. Sembrava il carcere di "fuga da mezzanotte”, raccontava ai pm di Caltanissetta.

«Mi urinavano nella minestra, mi mettevano le mosche e i vermi che si usano per pescare nella pasta. I primi giorni non me ne accorgevo perché tenevo la luce spenta. Poi la guardia è stata gentile e mi ha detto di accenderla. E allora ho cominciato a non mangiare più - ricordava Scarantino - All’inizio pesavo più di 100 chili poi mi sono ridotti a circa 53 chili».

E quando lo incontrò il secondino che oggi è in via D’Amelio, non era ancora dimagrito. «Ma piangeva sempre - ricorda - Essendo al carcere duro non poteva parlare con nessuno di noi, ma quando mi vide, io ero ancora un pivello, si mise a piangere e mi disse che era innocente. Era disperato e mi diceva: "Io non c'entro nulla". Io ero al secondo anno di servizio, e non sapevo nulla di mafia». 
La guardia carceraria non ricorda le torture di cui ha sempre parlato Scarantino. «Però ricordo che piangeva sempre - dice - io sono rimasto solo un mese, perché funzionava così. In quel periodo c'erano Brusca, Santapaola, i Vernengo, Michele Greco e tanti altri boss. E tra loro c'era anche Scarantino. Erano tutti sorvegliati a vista. Era in isolamento - dice ancora la guardia giurata - ma io sono rimasto solo un mese. Non so cosa sia accaduto dopo». 

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