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Editoriali

La Regione siciliana e la maledizione del secondo mandato

Nasce con l'inciampo di Cuffaro, prosegue con lo tsunami giudiziario che azzoppa Raffaele Lombardo non si interrompe col circo barnum di Crocetta, Sotto questo sortilegio adesso c’è Nello Musumeci

Di Antonello Piraneo

La maledizione del secondo mandato s’aggira ancora una volta tra le stanze di Palazzo D’Orleans. Avrebbe ispirato Edgar Allan Poe, maestro del giallo psicologico,  la penna divertita e divertente di Andrea Camilleri avrebbe trovato il giusto inchiostro tra gli scranni di Sala d’Ercole, Leonardo Sciascia ci avrebbe ragionato su da par suo.  

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Al netto di trabocchetti, furbizie, inciuci maliziosi, debolezze e isterismi, questo resta: un macigno posto davanti al portone di Palazzo d’Orleans per sbarrare la via del rientro a Nello Musumeci, con animali di ogni tipo -  iene, faine, serpenti, pure alcuni roditori -  a presidiare pure i varchi dei Giardini.

La maledizione del secondo mandato  nasce con l’inciampo di Totò Cuffaro nei vassoi colmi di cannoli portati  per “festeggiare” la pesante condanna che lo manderà in carcere, prosegue con lo tsunami giudiziario che azzoppa Raffaele Lombardo e gli preclude la chance di rielezione, non s’interrompe con il lungo eppure repentino tramonto del circo barnum di Rosario Crocetta. Sotto questo sortilegio adesso c’è Nello Musumeci.

Al di là di tutto, oltre ai fattori contigenti di questa pre-crisi annunciata, bisogna chiedersi perché alla Sicilia riesce sempre difficile, vedremo a breve se pure impossibile, darsi una linea di continuità e quindi un orizzonte più ampio di una legislatura, arco temporale troppo ristretto per incidere davvero su quella macchina infernale che è la Regione intesa come ente e la regione, nel senso del territorio. E quindi non è peregrino chiedersi: sbagliano sempre gli elettori a scegliere la persona cui affidare l’Isola oppure coloro che siedono al tavolo per indicare i candidati? Ancora: quanto è colpa di una legge elettorale ibrida, tra slanci  presidenzialisti e contrappesi parlamentari, che sembra prevedere l’elezione di un governatore mentre in realtà lo si lascia in balia di maggioranze risicate e di giochi di Palazzo,  che si fanno non per forza a Palazzo? 
Ora, dato lo schiaffone a Nello Musumeci - all’uomo prima ancora che al presidente, altroché - sono un po’ tutti con il cerino in mano, dopo averlo acceso. 

Si ritrova in questa condizione l’opposizione, che ha fatto più o meno ciò che deve fare un’opposizione  in democrazia, ma senza offrire già adesso un’alternativa credibile, piuttosto iscrivendosi di nuovo alla gara del candidato più sbagliato, vinta in scioltezza in passato. Non impressiona più vedere i pentastellati duri e puri (?!) brigare attorno al pallottoliere assieme a vecchi lupi di mille stagioni, gli stessi evocati nei lontani e dimenticati Vaffa Day: in politica ci sta pure questo, ma non si dicessero diversi, sono ormai somiglianti ai doppiofornisti di democristiana memoria. 

Il cerino acceso è rimasto in mano anche a chi nella maggioranza lavorava per il grande botto, non tenendo in conto che le lancette dell’orologio politico sono ferme sulla delicatissima partita del Quirinale, quindi con i leader in tutt’altre faccende affaccendati, e che quando ripartiranno ci si potrà trovare con un altro centrodestra -chissà come verrà fuori dall’ultima spericolata partita di Silvio Berlusconi, e fors’anche con altri appuntamenti elettorali rispetto alle Regionali d’autunno. 

Poi c’è Nello Musumeci, che il cerino lo ha acceso da sé - dopo avere accarezzato l’idea delle dimissioni e di giocarsi la partita da “sindaco dei siciliani”, caricato dai sondaggi e stanco di alleati  parenti serpenti - con i toni penultimativi del discorso contraddittorio di mercoledì sera: mi avete sfidato ma IO non mi piego, però indicatemi i nomi per formare una nuova giunta. 

E quindi chi chiamerà chi? Basterà uno scambio di assessorato, uno scalpo, insomma come avete ben capito, una questione di finezza ideologica? Boh.

Intanto ci sarebbe una pandemia da gestire, sperando che sia al colpo di coda, e una ripartenza da costruire, confidando che arrivi. Ecco, col cerino acceso in mano ci sono, a loro insaputa, i siciliani che, poveri illusi, ci speravano davvero se non in una presa di coscienza collettiva e in un’assunzione di responsabilità trasversale, almeno in una nettezza di scelte. 

La maledizione del secondo mandato: sì, Edgar Allan Poe ne avrebbe fatto un capolavoro dei suoi.  Trovando il colpevole non per forza nel maggiordomo.   

 

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