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La caccia a Matteo Messina Denaro: si nasconde in Sicilia ma si sposta continuamente

Dall'inchiesta che ha portato in carcere altri 22 fiancheggiatori del superlatitante emerge uno spaccato del poter indiscusso del capo di Cosa Nostra

La caccia a Matteo Messina Denaro: si nasconde in Sicilia ma si sposta continuamente

PALERMO - Soffiavano venti di guerra nel trapanese: due clan ai ferri corti e un omicidio presagio di futuri lutti. Il blitz di oggi ha scongiurato nuovo sangue. Un’operazione come non se ne vedevano da tempo nel regno dell’ultimo grosso latitante di Cosa nostra: Matteo Messina Denaro, stragista vicino a Totò Riina ma, a differenza dei vecchi padrini corleonesi, mafioso moderno. Il fermo, disposto dalla Dda di Palermo, porta in cella 21 tra boss, gregari, estorsori dei clan di Mazara del Vallo e Castelvetrano. In manette anche Gaspare Como e Rosario Allegra, due cognati del capomafia ancora una volta sfuggito alla cattura.

Ma dal blitz emerge soprattutto uno spaccato che conferma il potere del capomafia latitante, arbitro indiscusso di affari ed equilibri nella provincia. Ed è emblematico anche della irriducibilità della mentalità mafiosa.

E’ stato lui, da sempre attento ai rapporti di sangue, a indicare i vertici delle cosche, lui a investirli della responsabilità di gestire gli affari della «famiglia»: racket, energie rinnovabili come l’eolico, grande distribuzione alimentare e scommesse online. Indagato anche Carlo Cattaneo, titolare di una serie di agenzie di scommesse affiliate al portale «Betaland.it», pronto a finanziare la cosca in cambio dell’«autorizzazione» a esercitare. «Io il mio dovere l’ho fatto, lo rifarò ma già il mio dovere l’ho fatto...», diceva non sapendo di essere intercettato.

L’inchiesta, che ha messo insieme il lavoro svolto da carabinieri e polizia nella ricerca del latitante, sferra un colpo decisivo al clan colpito nei suoi vertici e nei quadri. In manette, oltre ai cognati di Messina Denaro, uomini come Vittorio Signorello, ufficialmente dipendente dell’aeroporto di Birgi, in realtà violento e crudele factotum al servizio di Como. E’ lui, intercettato, che rivendica la bontà della scelta di Totò Riina di rapire e uccidere il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito strangolato dopo oltre 700 giorni di prigionia e sciolto nell’acido.

Ma tutto ciò che emerge dalle intercettazioni conferma il potere del capomafia latitante, arbitro indiscusso di affari ed equilibri nella provincia, dove don Ciccio Messina Denaro e il figlio Matteo conservano il rispetto e la benevolenza dei picciotti. «Vedi, una statua gli devono fare... una statua... una statua allo zio Ciccio che vale. Padre Pio ci devono mettere allo zio Ciccio e a quello accanto... Quelli sono i Santi». In odore di santità, idolatrati: continuano a comandare indiscussi, nonostante omicidi e stragi. 

Dall’indagine emerge inoltre la catena di comunicazione del boss che continua a usare i «pizzini». Al contrario di Bernardo Provenzano però non li conserva, ma li fa distruggere. Gli inquirenti hanno ascoltato in diretta mafiosi leggere gli ordini del boss, hanno addirittura udito il fruscio della carta. Ma dei messaggi nessuna traccia.

«Messina Denaro è certamente in Sicilia - ha detto il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi - ma, nel tempo, si è spostato e continua a spostarsi e questo rende ancor più difficili le indagini per la sua cattura». Vicino al suo territorio, come i vecchi latitanti mafiosi, ma pronto a muoversi, dunque. E parte della latitanza il boss l’avrebbe trascorsa anche in Calabria. Ne parlano due affiliati dicendo che «fuori Matteo riceveva anche cristiani» (persone ndr).

«Sua madre si lamenta perché non scrive», diceva uno di loro. «Lui pensa solo a sè», commentava l’interlocutore confermando l'idea che in molti, anche in seno a Cosa nostra hanno dell’ultimo latitante mafioso.

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