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Politica

«Non facciamo come Virginia a Roma. Libri in tribunale e poi il commissario»

Di Mario Barresi

Pietrangelo Buttafuoco, dove eravamo rimasti? Alla profezia: alle Regionali vinceranno i grillini, ma è inutile perché per salvare la Sicilia ci vuole un commissario. Cos’è cambiato?

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«Ben poco. Anche se apprendo con piacere che Cancelleri pensa a una “due-diligence” sui conti della Regione. Ma la sostanza non cambia...».

E qual è la sostanza?

«Chi verrà dopo non potrà fare meglio di Crocetta. Ma non per propria volontà, ma perché la situazione è incancrenita, il sistema è sfasciato, corrotto. C’è un percorso obbligato che non può che sfociare nella immediata soluzione delle soluzioni: il commissariamento della Sicilia. L’obiezione è che durerebbe tre mesi e poi si deve andare a votare. E invece bisogna aprire una stagione vera di riforma che coinvolga i vertici istituzionali perché viviamo in uno stato di eccezione, di emergenza. Non si può risolvere tutto con le formulette prese dallo Statuto siciliano».

Ma il Movimento 5stelle è «unfit to lead Sicily», per citare un celebre titolo dell’“Economist” sull’inadeguatezza di Berlusconi?

«Queste sono le solite protervie british, che lasciano il tempo che trovano. Il punto è un altro: è inaudito immaginare di potersi fare carico degli errori del passato, perché comunque nello stesso momento in cui entri in quella stanza, quella eredità diventa cosa tua».

Si rischia la sindrome-Raggi pure alla Regione?

«Se vincono, per evitare l'effetto Raggi, devono fare ciò che lei non ha fatto: una volta vinte le elezioni, doveva entrare in Campidoglio, prendere i libri e portarli al tribunale fallimentare. C'è una guerra senza confine contro la Raggi. Roma è fatiscente, sporca, puzzolente. La stessa puzza però l'ho trovata l'altro giorno passeggiando su corso Sicilia a Catania: una cosa imbarazzante, sembrava di essere a Roma. E ho detto tutto! Anche se il sindaco Bianco, con la sua foto al balcone con Melania Trump, ha onorato gli spiriti magni di Verga, De Roberto, Brancati e Patti... Scherzi a parte: se avesse vinto il Pd, sono sicuro che Roma sarebbe puzzolente come oggi, con una differenza: con molta professionalità le gang di partito avrebbero disseminato i propri tentacoli di potere. Questa è la differenza di fondo».

Il Pd siciliano, intanto, prova a “licenziare” Crocetta

«Questo è un capitombolo meraviglioso, perché intanto è tutta una gara a disconoscere il frutto dell’amore. Tutti fanno finta di non esserci, nel frattempo che però gli stanno tenendo la giunta fino a queste ore».

Chi sarebbe il candidato migliore?

«Non potrà essere la pupilla degli occhi di Renzi, che sappiamo si chiama Faraone. È bellissimo perché non ce n’è uno presentabile, a sinistra. L'unico che poteva vincere è andato a rifare il sindaco a Palermo: Orlando. È un manicomio meraviglioso. E senza soluzione».

La «pazza idea» di schierare presidente Grasso era eccitante?

«Ti confesso una cosa: io, molti anni fa, mi trovavo al teatro greco di Siracusa, in occasione del premio Vittorini. E ospite d'onore era Pietro Grasso, all'epoca non ancora eletto al Senato. Io dovevo intervenire e sono stato lì - e col senno del poi me ne sono pentito di non averlo fatto - per invitare tutto il pubblico ad acclamare Grasso e a chiedergli la sua candidatura alla presidenza della Regione Siciliana».

E poi che successe?

«Mi sono fermato, per pudore, mi sembrava forse violare la correttezza e l'integrità di una persona come lui. Però me ne sono pentito. Quando ci penso mi mordo le dita perché secondo me quella cosa lì - al teatro greco, al premio Vittorini - nella coralità di un incontro di popolo lo avrebbe fatto decidere per il sì. Noi ci saremmo evitati la sciagura di Crocetta. E lui, Grasso, bontà sua, non si sarebbe ritrovato collega di quel personaggio strano che è la Boldrini...».

Un’occasione persa. E ora che succede?

«Non lo so. Una figura alta, potente e forte come Grasso avrebbe coinvolto inevitabilmente i massimi vertici, che non si possono permettere il lusso di lasciare andare alla deriva la Sicilia, che ha i suoi figli ai massimi vertici dello Stato, compreso il presidente Mattarella. Ma questa terra ha lasciato passare sotto silenzio un gesto eclatante e tragico quale fu l'abbraccio tra il presidente della Repubblica e Manfredi Borsellino all'indomani della vicenda terribile delle dimissioni di Lucia Borsellino. Tutti sorvolarono come se fosse un dettaglio che non investe invece le vene più esposte di questa carne martoriata».

Nel centrodestra qualcuno pensa ad Alfano.

«Sarà anche la perfidia, la malizia del Cavaliere: quel famoso quid che mai trovò ad Alfano glielo voleva ora lasciare subodorare in Sicilia? Perché tanto il povero Angelino a sinistra non troverà alloggio nazionale. E quindi deve riprovarci dalla Sicilia. Finirà che arriveranno tutti a turno a dargli la cuzzata. La paternalistica cuzzata. Già la scena me la vedo: tutti i maggiorenti dei moderati siciliani a dargli la cuzzata...».

E Nello Musumeci? Può farcela?

«Io conosco bene Musumeci e come amico gli ho sconsigliato vivamente di andarsi a infilare alla Regione. Gli auguro, anche per quel tratto di corso Sicilia che ho attraversato, di diventare sindaco di Catania. È un ottimo amministratore, poi faccia quello che vuole. Ora come ora, però, il centrodestra in Sicilia si chiama Nello Musumeci. Ora come ora, il centrodestra in Sicilia è lui».

Anche se Micciché e Cuffaro non lo vogliono...

«Non è vero, Totò l'ha detto a me in una intervista che abbiamo fatto all'alba. Lui si avvale della facoltà di non dare consigli, non dà consigli. L'ho potuto verificare io. Nell’intimità tra i fichi d’india. Lui non c'entra, non è nemico di nessuno».
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