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Maria Elisa Aloisi, la signora in giallo con una storia ambientata sull'Etna

Di Roberto Mistretta

“Il canto della falena” nella cinquina dei finalisti al prestigioso Premio “Alberto Tedeschi” Giallo Mondadori. Un eccezionale trampolino di lancio per il romanzo inedito di Maria Elisa Aloisi, avvocato con la passione per la scrittura. Il Premio “Tedeschi” infatti, giunto alla sua 42esima edizione e intitolato allo storico direttore della più longeva collana da edicola, rappresenta l’Oscar italiano che spalanca l’ingresso al vincitore nella più grande casa editrice. Negli ultimi anni, tuttavia, grazie alla lungimiranza del direttore delle collane da edicola Mondadori, Franco Forte, anche chi arriva in finale ha buone chance di essere pubblicato nella collana dall’inconfondibile copertina, nata nel 1929, che ha dato nome a un genere, il giallo appunto, e ha visto salire sul podio del “Tedeschi” autori che hanno fatto la storia del giallo italiano, dal primo vincitore nel 1980, Loriano Machiavelli, a Claudia Salvatori, Danila Comastri Montanari, Carlo Lucarelli, Giulio Leoni, sino ad arrivare ai nostri giorni con tanti altri grandi firme.

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Un traguardo di tutto rispetto per Maria Elisa Aloisi che due anni fa esordì nella narrativa col romanzo “Fiutando il vento” (Premio Il Borgo Italiani 2019-Borgo di Irsina).

Come nasce la sua passione per il giallo?

«Da bambina spesso trascorrevo il tempo libero a casa dei nonni. Erano appassionati lettori e in casa c’era una biblioteca con un affascinante reparto di libri non adatti alla mia età. Tutto ciò che è proibito però è anche troppo allettante, specie per un bambino, così un giorno sgraffignai “Dieci piccoli indiani” e fu subito amore per Agatha. Una passione che ha influito anche sulle mie scelte da adulta, quella di intraprendere la professione di avvocato penalista, ad esempio. Omicidio e processo creano spesso una strana alchimia tra diritto e letteratura».

Che effetto le ha fatto leggersi nella cinquina dei finalisti al più prestigioso dei premi italiani del genere?

«Io l’ho appreso dai social, da un gruppo Facebook frequentato soprattutto da scrittori esordienti come me. È stata una di loro a suggerirmi di controllare la email. A quel punto, ho visto il comunicato del Premio Tedeschi e allora: offuscamento della vista, palpitazione, sensazione di morte imminente. Il mio nome non lo leggevo (giuro). Ho dovuto rileggere la cinquina finalista almeno venti volte».

Senza spoilerare, cosa possiamo dire del suo romanzo?

«Si tratta di un giallo giudiziario ambientato a Catania, la città che mi ha adottato perché io sono nata a Lentini. Scrivi di quello che sai, si dice e, visto il lavoro che faccio, l’ispirazione è stata semplice. La protagonista è una giovane avvocato, termine che preferisco al di là delle polemiche sulla sua declinazione al femminile. Un noto commercialista catanese viene ucciso nel suo chalet di Nicolosi e l’indiziata del reato è la moglie della quale la protagonista, dopo una iniziale riluttanza, assumerà la difesa».

Chi sono i suoi autori di riferimento?

«Così come i nonni, sono una divoratrice di libri, per cui è difficile stabilire autori di riferimento anche perché amo spaziare tra diversi generi narrativi. Se ci limitiamo al thriller giudiziario amo molto J. Patterson, Scott Torrow, Traver, Connelly e il primo Grisham. C’è da dire che il processo americano, a differenza del nostro, si presta a una maggiore teatralità. Ho studiato molto questo aspetto durante la stesura del romanzo, cercando di elaborare degli escamotage processuali in grado di superare il problema».

Come coniuga la passione per la scrittura con famiglia e lavoro?

«Abito con mio marito e tre pastori tedeschi. La nostra famiglia è uno strano miscuglio di umani e quadrupedi: cerco di comportarmi come la femmina alfa del branco (scherzo), tenendo tutti i birilli per aria».

Come vede il suo futuro da scrittrice?

«Non ci penso. Fin da bambina amo raccontare storie. Inventarle è la parte che mi diverte di più. Per il resto vedremo, da brava siciliana voglio vivere questa avventura con un pizzico di fatalismo».

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