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Politica

Centrodestra, l'idea di un “pacchetto unico” Scoma-Musumeci

Le garanzie del Cav a Salvini, il patto di lealtà Minardo-Razza, la paralisi di Forza Italia: così ritorna in voga l’accordo Lega-Meloni su Palermo e Regione. Le contromosse dei No-Nello, il “fattore L” e il siparietto con La Russa a cena 

Di Mario Barresi

Per capire fino in fondo quello che potrebbe succedere nei prossimi giorni -  un colpo di scena che sciolga il caos nel centrodestra siciliano in un accordo globale su Palermo e Regione - bisogna conoscere un antefatto. Che risale a un paio di settimane fa. Quando, a Catania, Nino Minardo ha incontrato Ruggero Razza.

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Il segretario regionale della Lega, l’unica forza che s’è espressa contro la ricandidatura del governatore, faccia a faccia col più fidato (e raffinato) guru di Nello Musumeci. Col caffè, innanzitutto, la schiettezza: Minardo ammette che la Lega punta a Palazzo d’Orléans e lui potrebbe essere in campo; Razza conferma che l’uscente ricandidato non arretra d’un millimetro. Premesse che sbarrano la strada a qualsiasi accordo. Ma non al «patto di reciproca lealtà»: ognuno vada per la sua strada, pure con l’ipotesi di scontrarsi alle urne; ma - perché c’è un ma - se si dovesse arrivare a un punto in cui entrambi saranno «in balìa degli alleati», scatterebbe una clausola di reciproca salvaguardia. «A quel punto decidono loro due». E cioè Matteo Salvini e Giorgia Meloni, pronti a interrompere il lungo silenzio per trovare un equilibrio: uno/a si prende Palermo, l’altro/a la Regione.


Ecco, adesso proprio è arrivato quel momento evocato nell’incontro fra Minardo e Razza. Il centrodestra resta spaccato con cinque candidati per Palazzo delle Aquile; prima del prossimo summit di martedì c’è l’impegno di azzerarli tutti, ma nessuno ci crede. E di tavolo sulle Regionali, visti i presupposti, manco a parlarne. In questo contesto, però, non è un caso che siano soltanto in due a parlare ancora di un «accordo complessivo». Il primo è lo stesso Minardo, che, ricevuto il «mandato pieno» da Salvini, ha ribadito il concetto durante il vertice romano di mercoledì scorso; il secondo è Ignazio La Russa, viceré meloniano incaricato  di gestire le trattative siciliane, quando sostiene che «non si può lavorare a foglia di carciofo, fare e disfare...» e ammette che «Fratelli d’Italia sta lavorando per ottenere una sinergia nel centrodestra su Messina, Palermo e la Regione».


E allora, eccola la sinergia possibile. Con una doppia versione: Musumeci incoronato per il bis e il leghista Francesco Scoma candidato unitario a Palermo; oppure largo agli under 45: in campo la meloniana Carolina Varchi e Minardo. La prima opzione è la più probabile. Perché il Capitano, nell’ultima chiacchierata ad Arcore, avrebbe avuto il via libera da Silvio Berlusconi sull’ipotesi Scoma, definito dall’ex ministro ieri a Palermo «il migliore candidato»; il Cavaliere, in quella circostanza, avrebbe anche fatto presente all’alleato che «in Sicilia  la metà di Forza Italia rivuole Musumeci». E poi c’è un ragionamento utilitaristico di Minardo. Battezzare la lista “Prima l’Italia” con Scoma candidato unitario avrebbe un riscontro elettorale immediato; cedere, invece, Palermo per una futuribile promessa sulle Regionali avrebbe una doppia controindicazione: il rischio di flop nel capoluogo e l’allungamento dei tempi per la corsa a governatore del deputato di Modica, che, consapevole del gap di notorietà, ha invece bisogno di partire subito. Ma la suggestione del “pacchetto unico” Scoma-Musumeci dovrebbe superare il «no unanime» espresso dai big regionali del Carroccio al  governatore; una scelta che solo Salvini può smentire. Consapevole dei mal di pancia dei suoi e della prospettiva che il “federato” Raffaele Lombardo, come lo stesso ha confermato giovedì alla cena palermitana di finanziamento elettorale, non è più disposto a far ritirare Totò Lentini. E anzi l’ex governatore (che ieri a Catania ha ricevuto la visita di Davide Faraone: novità in vista?) pensa di esportare il “modello Palermo” in altre competizioni. L’asse Lega-Autonomisti potrebbe saltare  con l’imposizione di Scoma-Musumeci. E il “fattore L” penderebbe per il centrosinistra.


I più acerrimi nemici-alleati che seppelliscono l’ascia di guerra per non farsi colpire dall’altro fuoco amico: un gioco degli specchi, un paradosso pirandelliano, una trappola kafkiana.  Eppure, ora è lo scenario più plausibile. Perché si è arrivati a questo punto? Soprattutto per l’incapacità di Forza Italia, con Gianfranco Miccichè messo sotto tutela da Licia Ronzulli, a esprimere una posizione unica. Gli azzurri sono spaccati a Palermo su Ciccio Cascio e Roberto Lagalla; Salvini, nell’incontro con i suoi, ha rivelato che Berlusconi «sulla Regione non potrà esprimersi prima di fine giugno». E venerdì, a margine della chiacchierata con Totò Cuffaro,  il Capitano si sarebbe fatto sfuggire questa frase: «Non possiamo mica fare il servizio sociale di Micciché». Quest’ultimo continua a rassicurare Minardo: «Fidati, chiudiamo su Cascio e poi saremo tutti con te». Ma il segretario leghista insiste sul “tutto e subito”: Cascio o Lagalla è indifferente, ma col via libera per la presidenza della Regione. Fino a ieri, nel fronte No-Nello, è circolata l’ultima bozza della lettera da inviare ai leader nazionali per opporsi alla ricandidatura e lanciare Minardo: pronti a firmarla, oltre alla Lega, Udc, Autonomisti, Noi con l’Italia e Nuova Dc; ma non Forza Italia, non ancora.


E allora non se ne fa nulla. Liberi tutti, torna d’attualità il gentlemen's agreement Minardo-Razza. Una prospettiva osteggiata da tanti: Miccichè, autonomisti e centristi, ma anche qualche patriota e soprattutto influenti pezzi di Lega. Magari pronti, anche senza il consenso del segretario regionale leghista, alla contromossa più logica: sabotare la convergenza su Scoma (meglio, semmai, Lagalla) e rinviare ogni scelta sulla Regione a dopo il ballottaggio. Con una nuova sensazione - per ora non più di questo - che emerge dai meloniani: il muro alzato sul Nello-bis non sarebbe invalicabile, soprattutto se ci fosse un’alternativa interna. Significativo, in questo senso, il siparietto a cena, giovedì sera al “Pepe Nero” di Catania. La Russa, attovagliato con Giovanni Donzelli e Salvo Pogliese, viene salutato da un vicino di tavolo, un vip salviniano, che gli fa una (pesante) battuta sul rifiuto di Musumeci ricandidato. «Ne riparliamo dopo Palermo», ribatte il senatore dal pizzetto mefistofelico. Una risposta non scontata e molto sorridente. Digiamolo...
Twitter: @MarioBarresi

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