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Zingaretti a Palermo scalda sinistra dem: «Un nuovo Pd anche in Sicilia»

Di Mario Barresi |

Palermo – Tanto vintage – non è dato sapere quanto ci sia e quanto ci faccia – da sembrare, oggi, modernissimo. Nicola Zingaretti alla sua prima uscita nell’Isola da candidato alla segreteria nazionale ha un effetto (collaterale) taumaturgico sul Pd siciliano. Tweed verde, camicia azzurra botton down e jeans, il fratello del Montalbano televisivo riunifica tutte le tribù e le sotto-tribù (alcune delle quali si sono affrettate a rottamare le effigi del Rottamatore) e riscalda i cuori della sinistra del partito. Con messaggi semplici e condivisi. Senza inoltrarsi troppo nella giungla sicula di un partito ancor più spaccato dalle primarie che hanno incoronato, senza gazebo, Davide Faraone. Sono state «un’occasione mancata, ma adesso non fermiamoci al presente», ammonisce il governatore del Lazio. «Abbiamo due mesi di grande mobilitazione popolare. Vogliamo il nuovo Pd e lo costruiremo anche in Sicilia, aprendoci all’ascolto di chi ha bisogno, di chi è deluso e di chi è arrabbiato, sfiduciato». Poi, Teresa Piccione, la candidata poi non candidata alle primarie sicule, accenna a tema, definendo la vicenda «una brutta pagina per il partito regionale, ma anche nazionale». E l’aspirante segretario nazionale le riconosce «un ruolo straordinario», ringraziandola per la sua battaglia. E strappando il primo applauso convinto quando dice che «non permetteremo a nessuno di distruggere questo partito».

Stimolato dai cronisti sull’idea di fronte anti-populista lanciata da Gianfranco Miccichè e sul flirt forzista con parte dei dem siciliani risponde con la dovuta vaghezza: «Non mi fate entrare sulle vostre questioni. L’unica cosa che dico è che non è spostando nomi o sigle che si combatte il populismo, ma dando risposte ai bisogni e alla sofferenza della gente. Bisogna rinnovare il nostro partito, ma, e lo dico in Sicilia, senza gattopardismi», Queste le uniche concessioni pubbliche al caos nostrano da parte del favorito nella corsa verso il Nazareno. Se qualcuno, fra i mujahidin anti-Faraone sperava nell’aperta dichiarazione di una guerra santa per ribaltare l’elezione del segretario siciliano, dovrà aspettare altre occasioni. Già, perché uno dei dati più immediati è la grande partecipazione. «Ho rivisto con piacere il mondo della scuola, che si era allontanato dal nostro partito», annota Peppino Lupo, capogruppo all’Ars. E il deputato regionale Anthony Barbagallo: «Basta carte bollate, ripartiamo dando voce alla base e magari favorendo l’ingresso di forze fresche».

La sala è piena (non proprio di forze fresche), anzi pienissima. Attenta, ma anche calorosa quando ascolta le parole che vuol sentirsi dire. «Dobbiamo ricostruire la fiducia verso il Pd, o il Pd cambia oppure non sarà mai alternativa credibile», urla chiamandosi l’applauso. Ma fa anche autocritica: «È vero, abbiamo sbagliato. Bisogna chiedersi perché milioni di italiani hanno votato loro e non noi. Abbiamo perso la sintonia col Paese, con le fasce sociali più deboli e con le nuove generazioni». Parla di «economia giusta», di «redistribuzione del reddito», del Sud tradito da Lega e M5S: «Vogliamo voltare pagina per questo Mezzogiorno che è la principale vittima del governo Di Maio-Salvini. La cosa più brutta è che hanno vinto le elezioni catturando le paure e le ansie del Sud e poi tradendolo in modo abbastanza offensivo». Ma non basta, avverte, aspettare che «gli italiani delusi dal governo attuale tornino a votarci in automatico», perché bisogna «cambiare». Ripartendo dagli errori compiuti. «Abbiamo bisogno di un grande partito pluralista in cui ci siano tutti e ci sia il rispetto per tutti. Io credo in un Pd che ritorni a essere il luogo in cui si incontrano le differenze, in un partito con un leader e non nel partito del leader che distrugge il pluralismo. Quindi più siamo meglio è». E poi, nella Trinacria Dem dominata dai signori delle tessere, l’altro avvertimento: «Dobbiamo cambiare il gruppo dirigente, la nostra politica economica e sociale e anche il modo di essere Pd, che deve essere un partito che ha meno l’ossessione di contare gli iscritti e più il dovere etico di far contare gli iscritti».

Zingaretti, come da manuale, non risparmia le istanze legalitarie: «Nel mio Pd ci sarà l’impegno, senza se e senza ma, contro tutte le mafie». Applaude, in prima fila, Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco dei Nebrodi scampato a un attentato, nominato in segreteria da Renzi e poi fiero sostenitore di Michele Emiliano assieme a Beppe Lumia (assente all’Astoria). E si concede soltanto una stoccata a Matteo Renzi e al renzismo rampante. Proprio a conclusione del suo discorso: «Ci vuole un partito nuovo, non per far fare carriera a qualcuno. Ma per cambiare l’Italia». Standing ovation del popo del Pd perdente alle primarie regionali, ma ringalluzzito per il 3 marzo. «In Sicilia Nicola stravincerà», si lascia scappare un ex renziano.

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