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Carlo Amodeo, il signore delle api che ha “resuscitato” quella nera sicula

Di Maria Ausilia Boemi |

Termini Imerese (Palermo) – «Se le api scomparissero dalla terra, per l’uomo non resterebbero che 4 anni di vita»: la famosa frase di Albert Einstein risuona oggi più che un monito, di fronte alla pericolosissima moria delle api in tutto il mondo a causa dei cambiamenti climatici ma soprattutto delle ibridazioni realizzate dall’uomo per ottenere esemplari sempre più produttivi. Ma in Sicilia c’è un uomo che da tutta la vita si batte per questo prezioso e operoso insetto: a lui, Carlo Amodeo, il 59enne signore delle api di Termini Imerese, si deve la salvezza della sottospecie dell’ape nera sicula (o apis mellifera sicula), dall’addome scurissimo, dalla peluria giallastra e dalle ali più piccole, che l’apicoltore alleva in purezza. Ape nera sicula che, ritrovata anni fa in arnie abbandonate a Carini, grazie al lavoro di una vita oggi è tornata a popolare tutta la Sicilia e le isole minori.

Un amore dalle origini quasi arcane: «A 5 anni – racconta – stavo andando al mare con mia madre quando ho visto uno sciame di api nere attaccato a un ramo di ulivo. Rimasi immobile, provando una sensazione di vuoto assoluto. Mia madre mi trascinò via, ma di notte cominciai a sognare di costruire una casetta per metterci dentro le api. Questo sogno bellissimo diventò poi un incubo perché si ripresentava ogni notte, dopodiché finalmente scomparve». Col sogno sparì anche la memoria dell’episodio, «fino a quando, a 19 anni, rividi le api, provando la stessa sensazione. Non so che rapporto pregresso io avessi con le api, è come qualcosa di già insito in me, una sensazione fortissima e permanente che non so spiegare».

A 19 anni, finito il liceo, Carlo Amodeo si iscrive in Agraria all’università di Palermo, fermandosi però a pochissime materie dal traguardo e con la tesi – ovviamente sulle api – già pronta con l’entomologo Pietro Genduso. Nel frattempo, Amodeo guadagnava vendendo il pesce pregiato che catturava con la pesca subacquea e cominciando ad allevare api (nel 1979 comprò i primi tre alveari, nel 1982-83 ne aveva circa 150-200). Non appena il reddito delle api, nel 1985, superò quello della vendita di pesce, Carlo Amodeo si dedicò completamente alle api: «Con 250 alveari sono diventato ufficialmente imprenditore apistico. Ma tutti mi guardavano come un pazzo e mi ripetevano che gli apicoltori erano morti di fame. Per me, tuttavia, non era una scelta o un atto razionale: più che un atto è stato un ratto, sono stato rapito dalle api e poi ho continuato ad allevarle con amore. E le api mi hanno liberato: grazie a loro, infatti, non ho mai più fatto nella vita qualcosa che non mi piacesse. Il prof. Genduso è colui che mi ha fatto conoscere l’ape sicula, che ha popolato per millenni l’Isola, ma è stata abbandonata negli anni ’70 quando gli apicoltori siciliani sostituirono i bugni di legno di ferula e iniziarono a importare le api ligustiche dal Nord Italia. Col finanziamento delle cooperative apistiche, arrivarono infatti centinaia di migliaia di alveari dal Nord che ibridarono tutto».

L’ape sicula rischiò così l’estinzione, ma su stimolo del prof. Genduso, che era sempre alla ricerca di questa sottospecie, Carlo Amodeo trovò per caso l’ape sicula a Carini nel 1987: «Un funzionario regionale mi disse che c’era qualche arnia viva – che in passato era curata da un fattore morto 10 anni prima – nella zona di Carini, vicino all’aeroporto Falcone-Borsellino. Quando ho visto queste api, nere e docili, sono rimasto scioccato, né più né meno come la prima volta che vidi lo sciame da bambino. Le portai al prof. Genduso che le analizzò (all’epoca con l’elettroforesi), le trovò conformi, le isolammo sull’isola di Ustica e così ho iniziato a portare avanti questo progetto che dura da 32-33 anni. E dopo la morte del professore, qualche anno dopo, sono rimasto l’unico custode dell’ape nera sicula». Dopo 6 anni, tuttavia, Carlo Amodeo si rende conto che le api (da tre ceppi di regine sorelle) stavano morendo a causa della consanguineità: «Nella zona di San Vito Lo Capo ho fortunatamente trovato altri due ceppi. Con uno ho rinvigorito quello di Ustica e l’altro l’ho portato a Filicudi. Trovando poi altri ceppi, ho insediato anche Alicudi e Vulcano».

Oggi esistono 2.500 arnie e 240 apicoltori in tutta la Sicilia anche grazie al progetto Ape Slow, nato dall’incontro fortunato e casuale con Slow Food: «Per me, infatti, l’ape sicula è qualcosa che va oltre la possibilità di sfruttamento economico. Le api sono tra gli animali più antichi del mondo, c’erano ai tempi dei dinosauri, ma da solo non potevo salvaguardarla. Ci siamo così ritrovati in una comunione di intenti: la mia apicoltura è diventata nel 2008 uno dei 201 presidi italiani slow food, mentre nel 2012 abbiamo costituito l’Associazione allevatori apis mellifera siciliana con l’intento di reintrodurre l’ape nera siciliana nel territorio. Il progetto Ape slow è dedicato alla memoria del prof. Genduso e prevede, per la prima volta al mondo, il reinserimento sull’intero territorio di origine di una sottospecie d’ape (abbiamo reinserito quasi 30mila regine). Man mano che abbiamo trovato altri ceppi relitti, abbiamo così insediato altre isole: Linosa, Lampedusa (dove c’è una collaborazione con Legambiente), Stromboli, Panarea, che si sono aggiunte alle iniziali Alicudi, Filicudi, Vulcano, e Ustica. Oggi personalmente seguo soltanto Filicudi e Vulcano».

Un progetto controcorrente, rispetto al grave problema della moria delle api: «Questo fenomeno è legato alla conformità genetica dell’ape che aiuta l’insetto a fissare la capacità di adattamento. Ad esempio, di fronte a una mutazione climatica, se un’ape è conforme riesce a trasferire alla progenie questa capacità di adattamento. Se invece l’ape non è conforme – cosa purtroppo comune, visto che sono quasi tutte ibridate, in nome di un allevamento intensivo facilitato dalla globalizzazione – non riesce a trasmettere la capacità di adattamento e muore. Tutto è legato alla conformità genetica e l’ape, che è il soggetto più debole della catena animale, è una sentinella dei guasti ambientali. Io invece, essendomi innamorato dell’ape nera, non ho mai pensato di farle fare il lifting. A me piaceva e piace così come è». Tra l’altro, questa ape resiste naturalmente alla varroa, acaro micidiale, proprio grazie alla sua totale conformità: «Questa ape, che già è laboriosa di suo (come tutte le api), è l’unica che da milioni di anni ha continuato ad esprimere sé stessa, non è stata mai manomessa. E ora ci contattano entomologi da tutto il mondo, che vogliono inserire l’ape sicula dove questi insetti sono scomparsi». Certo, facendo anche ibridazioni, quindi altri danni, come sostiene Carlo Amodeo: «La Carta di San Michele all’Adige (della cui commissione di esperti io faccio parte) promuoveva invece un tipo di rapporto diverso con l’ape, con una limitazione del nomadismo, l’abbandono della selezione artificiale a favore di quella naturale, dove c’è una diversità enorme e una conseguente capacità di adattamento. Quando noi selezioniamo, non facciamo solo il danno perché stiamo togliendo memoria generale a favore di situazioni produttivo-comportamentali, ma stiamo anche uniformando e quindi riducendo le variabili, che sono una carta vincente per la natura».

L’ape nera sicula (maior nella Sicilia occidentale) discende dall’ape africana (a differenza di quella minor della Sicilia orientale, di origine greco-cipriota): è molto docile («Noi lavoriamo senza maschere e protezioni, tranne che per una linea a Filicudi, leggermente più aggressiva: ma l’abbiamo lasciata così, perché questa è una capacità di difesa. E comunque i morsi di ape sono un elisir di lunga vita: secernono cortisonici capaci di limitare i danni della sclerosi multipla e di altre malattie neurologiche, di mantenere il sangue liquido e proteggere dalle infiammazioni»); ha una maggiore varianza genetica; una forte capacità di autodifesa; lavora in pieno inverno e quindi consente di produrre mieli particolari. Tra le 21 varietà, ad esempio, quelli di carrubo, nespolo giapponese e mandorlo che sono mieli di pieno inverno. «Poi facciamo dei mieli unici, come a Ustica quello di ferula, o quello dell’Astragalo Nebrodensis (siamo gli unici a produrlo), che è un miele sempre liquido, delicatissimo e dai poteri fortificanti».

Un’azienda, quella di Carlo Amodeo, che dà lavoro a 10 persone fisse (cui si aggiungono gli stagionali) e un settore, l’apicoltura, «che oggi è un campo abbastanza difficile, perché bisogna prima di tutto amarlo, ma che dà opportunità, purché non si intraprenda con uno scopo speculativo. Ma chi ama veramente le api, secondo me può sceglierlo». Basterebbe poco – o tantissimo, a seconda delle opinioni – per aiutare l’apicoltura: «Per sostenere questo settore non bisogna sostenerlo – sottolinea infatti Amodeo -, bisogna solo evitare di avvelenare l’ambiente. Basterebbe quello: purtroppo però la Sicilia, come credo tutto il mondo, sta diventando un ambiente ostile alle api. E questo mi addolora. L’uomo dovrebbe stare molto accorto perché l’utilizzo di sostanze velenose non ha apportato vantaggi nemmeno all’agricoltura stessa. Non possiamo pensare di appropriarci del mondo e i giovani che manifestano perché stiamo sottraendo loro le risorse del futuro hanno ragione: io mi sento giovane da questo punto di vista, anche se non lo sono all’anagrafe».

E allora, cosa consiglia Carlo Amodeo a questi giovani? «A loro consiglierei sempre di amare ciò che fanno, di mettersi in gioco per quello che sentono di fare nel profondo. In caso contrario, è meglio non fare nulla, che alla fine è il minimo dei danni. Se si impegnano in qualcosa, lo facciano però con amore, non perché guardano ai soldi. I soldi sono una cosa importante, perché ci danno la dignità e la libertà da certi punti di vista, ma se non facciamo le cose con amore è meglio non fare nulla». E non legarsi ai progetti, così come non fa lui: «Io vivo il presente. Quando ci si pone uno scopo, secondo me già si cominciano a rovinare le cose. Io credo nel presente, se uno guarda al futuro è un illuso. Nel presente c’è tutto, è qualcosa di assoluto, mentre il progetto è sempre una via di fuga». Fuga ad esempio dalla Sicilia, alla quale Amodeo non ha mai pensato: «Per me la Sicilia è un campo meraviglioso, tolti i siciliani, la Sicilia è stupenda. C’è però anche una Sicilia bellissima umanamente, che viene tenuta ai margini, mentre purtroppo quella che viene fuori è sempre la Sicilia peggiore dal punto di vista umano».COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA