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Sommelier, la passione “di famiglia” di Federica e Claudio

Lui ha vinto il titolo di miglior sommelier Ais di Sicilia nel 2023, lei, compagna, l’ha vinto nel 2022

Di Carmen Greco |

Il problema è portare un vino per cena a casa loro. Roba per chi ama le mission impossible. Ma i miglior sommelier di Sicilia 2022 e 2023, Federica Milazzo e Claudio Di Maria, coppia del vino e coppia nella vita, non hanno pregiudizi, «Accettiamo tutto», mettono le mani avanti.E dire che a farli incontrare non è stato proprio un vino da roteare nel bicchiere, ma un meno nobile shottino di vodka al melone che alle lezioni Ais (Associazione Italiana sommelier) sarebbe visto come il demonio in chiesa.

«Era il 2012 e studiavamo entrambi all’Università, io ingegneria, lei Economia. Il mio coinquilino dell’epoca era il fratello della sua coinquilina – racconta Claudio, 35 anni, di Giarre – e una sera ci siamo visti tutti in piazza Teatro Massimo a Catania. Da studenti squattrinati non si andava a bere nei locali ma c’era l’abitudine di portarsi dietro la bottiglia. Lei aveva una bottiglia di vodka nella borsa, io avevo il bicchiere, da lì è nato tutto».

Dalla passione fra voi alla passione per il vino il passo è stato breve?

«Frequentando casa di Claudio, Orazio (il papà decano dei sommelier Ais ndr) cominciava a farmi assaggiare qualche bottiglia particolare – ricorda Federica Milazzo, 33 anni, originaria di Piazza Armerina -. Io fino ad allora conoscevo solo i bottiglioni di vino, le mie erano bevute ignorantissime. Suo padre mi faceva assaggiare di tutto, io annuivo senza saperne niente, poi l’entusiasmo di Orazio mi ha coinvolto. Nell’estate 2015 Claudio cominciò a lavorare per una cantina sull’Etna, anch’io lavoravo lì e da quel momento abbiamo deciso di iscriverci ai corsi per sommelier Ais. All’inizio solo per avere un hobby da fare insieme, siamo diventati sommelier professionisti nel 2017».

Cos’è per voi il vino?

Claudio: «Per citare Homer Simpson che alza il calice: «All’alcol, il motivo di… e la soluzione a tutti i problemi della vita» (ride ndr). A parte gli scherzi, il vino rappresenta uno stile di vita, un lavoro e la promozione del territorio». Federica: «Grazie al vino siamo rimasti in Sicilia e abbiamo potuto fare cultura restando a casa. Il vino è un tema centrale nella nostra vita, entrambi lavoriamo nel settore. Il vino è sempre fra me e lui, io dico che è la sua amante…». «Però il vino è gender free», osserva Claudio ridendo.Della famiglia Ais fanno parte in primis Orazio Di Maria, papà di Claudio, referente della guida “Vitae” Ais per la Sicilia e Gaetano, fratello di Federica, anche lui sommelier con un lavoro nel settore accoglienza per una cantina etnea.«Mia moglie Laura è l’unica che non ne ha voluto sapere – commenta Orazio Di Maria – ogni tanto beve un bicchiere di vino rosso, dello spumante se c’è una ricorrenza, ma niente di più, lei non s’è fatta coinvolgere (ride ndr)».«Quando ho cominciato nel ‘94/’95 – continua – non c’era niente a Catania. Credo che io e qualche altro – Camillo Privitera, Antonello Presti, Mariagrazia Barbagallo – con tutti i nostri limiti, abbiamo contribuito a dare vita a un movimento che non c’era».

Dallo shottino come si arriva a diventare sommelier?

«È un periodo di transizione che un po’ tutti noi abbiamo attraversato – risponde Gaetano Milazzo – per poi arrivare a bere qualcosa di qualità». «Secondo me – incalza Federica – ci sono due considerazioni da fare: attraverso questo lavoro, negli anni, abbiamo visto che c’è un pubblico sempre più giovane che si avvicina al mondo del vino. Il ventenne, olandese, italiano o locale, viene a fare la degustazione dei vini dell’Etna come “esperienza”, e il loro numero è in crescita, la bevuta “ignorante” si è ridotta notevolmente.Poi, per far conoscere l’Etna, è necessario che il vino diventi “popolare”. Non tutti si possono permettere di comprare una bottiglia al giorno. Allora, il mio consiglio è di frequentare il territorio, girare per cantine, cercare il vino patronale. Rispetto ad altri areali, sull’Etna in questo momento storico ce n’è di altissima qualità».

Vincere il titolo di miglior sommelier di Sicilia cosa comporta? Più responsabilità o è solo una “medaglietta”?

«Più consapevolezza di quello che sei e di quello che ancora non sai», dice Claudio. «Ti metti alla prova – gli fa eco Federica -. Dopo tanti anni è un “cappello” che certifica il tuo percorso, ma ti accorgi anche che devi continuare a studiare…».

Che gusti avete in fatto di vini?

Federica: «Spumanti, bianchi, freschi, secchi, giovani…». Claudio: «Il mio vino preferito in assoluto è il Marsala, lo berrei sempre, è straordinario, ha delle componenti gustative, olfattive, di invecchiamento, uniche al mondo. All’ultimo Vinitaly ho avuto la fortuna di bere un Marsala del ‘51, un’esperienza che ti lascia senza respiro».

La bottiglia che non dimenticherai mai?

«Claudio: «Uno champagne del ‘95 Jacques Selosse Substance, aveva un’ossidazione fortissima, grande champagne. C’è un solo problema, una bottiglia costa 600 euro». Federica: «Passito di Pantelleria Bukkuram di De Bartoli, fantastico».

Quando viaggiate comanda la meta o il vino?

«Cerchiamo di fare viaggi anche senza pensare al vino… a Barcellona ci abbiamo provato, ma sulle Ramblas abbiamo beccato una degustazione, che dovevamo fare? È il vino a seguirci…».

Secondo voi l’Etna del vino che fase storica sta vivendo?

Federica: «Siamo vicini all’apice e ne siamo contentissimi. Quando abbiamo iniziato l’Etna stava cominciando a esplodere e ci siamo davvero trovati in un vortice dal quale tuttora non vogliamo uscire». Claudio: «Secondo me, invece, il vino dell’Etna è in una fase embrionale, stiamo cavalcando l’onda. Ci sono vini sono di ottimo livello, ma l’Etna deve ancora trovare un’identità precisa. Non siamo bravi perché vendiamo una bottiglia 150 euro… Il prossimo passo dev’essere definire cos’è un Etna, rosso, bianco o spumante che sia. È difficile spiegarlo agli enoturisti, ogni azienda fa dei vini con identità completamente diverse a seconda dell’altitudine, dell’esposizione, della stratificazione del terreno. Il brand Etna l’abbiamo costruito, ora dobbiamo capire cosa esprimono le sue 140 contrade».

Domanda secca per papà Orazio: un vino che berrebbe da solo davanti a un bel panorama?

«Marsala Vecchio Samperi…».

Ma allora l’imprinting è il Marsala…

«Padre e figlio sono due classicisti – spiega Federica – due ingegneri e due eccellenti sommelier. Poi c’è Emma (la figlia di pochi mesi ndr), ed è femmina. Quindi in linea dinastica sarà la versione migliorativa».Parola di mamma.

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