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L'ira di Montante contro il pm che indagava su di lui: «L'avissuru scannatu»

Nelle intercettazioni la fatwa contro il magistrato: «Prima paga Luciani, ma tutti devono pagare». Lo sfogo con Catanzaro e poi il piano: «Organizziamo la successione»

L'ira di Montante contro il pm che indagava su di lui: «L'avissuru scannatu»

A destra il pm Stefano Luciani, a sinistra Antonello Montante

CALTANISSETTA - Antonello Montante si sente braccato. È il 22 gennaio del 2016. Gli uomini della Squadra mobile di Caltanissetta, dopo avergli notificato l’avviso di garanzia per concorso esterno alla mafia, entrano nella sua villa di Serradifalco e penetrano nel bunker segreto.

«Chista è la stanza diciamo della legalità», è la rassicurante definizione dell’ex leader di Confindustria Sicilia, ascoltato dalle microspie mentre, all’indomani della visita dei poliziotti, conversa con il socio Roberto Mistretta.

Ma il paladino dell’antimafia ha capito che è l’inizio della fine. E, certo che l’indagine a suo carico per mafia dipenda dal fatto che «eravamo diventati troppo forti», Montante ha già scelto il suo nemico numero uno. Stefano Luciani, il sostituto procuratore in prima linea nell’indagine per mafia. «Ma... vabbè... a... l'avissiru scannatu compa’, l'avissiru scannatu ma avissi sirbutu a nenti», sbotta l’imprenditore di Serradifalco (parlando dei suoi collaboratori, ma tradendo un certo trasporto personale) mentre si sfoga - intercettato il 14 febbraio 2016 nella sala da pranzo di casa - con il fedelissimo Giuseppe Catanzaro, oggi presidente di Sicinidustria indagato in una tranche dell’inchiesta di Caltanissetta. «Di Luciani non mi fido...». Lui che «guarda foglio per foglio» durante la perquisizione. El’indagato ironizza, ricordando la battuta di Mistretta: «Dici: ci faciti la segreteria di Montante».

Un episodio citato nell’informativa della Squadra mobile consegnata ai pm guidati dal procuratore Amedeo Bertone. Un documento, da pochi giorni nella disponibilità degli indagati per corruzione, dal quale emergono l’ira e la sete di vendetta di Montante nei confronti del magistrato.

Ma l’odio per Luciani emerge anche in altri passaggi. «Prima u pigliu a lignati... e dopu u scassu», è la frase che gli attribuiscono, in un’intercettazione, Michele Trobia (ritenuto dagli investigatori «persona assai vicina al Montante») e la moglie. I due, non indagati, avrebbero ascoltato lo sfogo del big confindustriale durante una cena al Tennis club di Caltanissetta assieme ad altre due coppie. Una ricostruzione de relato, perché - a dispetto dei timori di Trobia - quella sera a cena non c’erano le cimici. Che invece sono piazzate nell’auto dei coniugi. E, l’8 febbraio 2016, colgono l’imbarazzato racconto sulla furia di Montante. Salvatore Pasqualetto (sindacalista Uil, non indagato) altro partecipante alla tavolata, gli esprime perplessità sulla «minchiata» combinata da Marco Venturi, prima gola profonda dell’inchiesta.

E il re delle biciclette - «senza mezzi termini e con spocchioso cipiglio», è l’annotazione dell’informativa - avrebbe lanciato la sua fatwa: «Prima paga Luciani... tutti hannu a pagari... e dici ca l'aspetta ‘na vendetta», e dunque «si nnesci sanu dici è na furtuna...». Pur non essendo frasi ascoltate direttamente dalla voce di Montante, la Mobile di Caltanissetta le ritiene credibili come sintomo di un «suo astio verso gli organi inquirenti, in dispregio di qualunque forma di rispetto per le Istituzioni». L’aria, quella sera a tavola, è pesante. Anche se l’ospite d’onore non perde l’appetito. «U risottu era buonu... chddru si mangiò un cufinu di pani… Antonello...», ricorda la moglie. E il marito chiosa: «Un cufinu di pane… un piattu e minzu di risu… tutta a vacilata di funghi...».


Ma ci sono anche prove dirette sull’Antonello Furioso. Lo stesso Trobia, stavolta in un dialogo registrato dalla polizia, «aizzava, compiaciuto, il Montante a fare del male a coloro che stavano conducendo le indagini a suo carico, “e allura Antonello, c’ama fari… ci ama rumpiri u culu a tutti?... ni pigliammu sta bella soddisfazione” ed il Montante annuiva affermando “u culu ci lu spaccamu di sicuru”».

L’uomo-simbolo dell’antimafia che parla con il gergo di un gangster. Un eccesso caratteriale, ma anche l’effetto di una forte pressione. L’avviso di garanzia è un macigno sull’immagine pubblica: «Mi fa rovesciare sta cosa», confida a Catanzaro. Ma non tutto è perduto: «... l’hanno sottovalutata perché pensavano che cu na… na botta cadiva, però sono dietro tutti». Perché ci sono dei “precedenti” che fanno ben sperare Montante. Una sorta di training autogeno, l’elenco degli indagati eccellenti rimasti in sella: «Pi cosi serie, a mafia seria Schifani da indagato diventa Presidente del Senato», dice riferendosi a Renato Schifani, oggi senatore di Forza Italia e - ironia della sorte - fra gli indagati di Caltanissetta. Catanzaro aggiunge altri due casi. «Romano fici u ministru dell'agricoltura da indagato, poi l’archiviaru». E «pi favoreggiamento a camorra Pitteri (Gianni Pittella del Pd, ndr) l'eurodeputato in carica indagato...».

Un vero amico che si vede nel momento del bisogno. A casa di Montante, parlando senza filtri di donne e di indagini (compresa uno strana conoscenza sulla suddivisione degli atti sequestrati, «cinque scatole per ogni pm», in procura), Catanzaro riceve le istruzioni per gestire questo difficile momento. A partire da quello che la Mobile di Caltanissetta, in un apposito capitolo dell’informativa definisce «l’ingerenza» dell’indagato «nella stesura di comunicati di solidarietà a lui rivolta da parte di diverse associazioni di categoria». Lettere scritte sull’asse Montante- Catanzaro da consegnare, tramite l’allora presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, al premier Matteo Renzi e al ministro Angelino Alfano.
Poi si consuma un vero e proprio rito iniziatico.

Catanzaro: Quindi tu vò organizzari subito la tua successione?

Montante: Sì Peppe... sì sì Pè... sì!

Catanzaro: E a cu ama nominari...(inc)...

Montante: Perché minchia accussì... minchia si mori Pè... minchia... (inc)... allura pirchì staiu currinnu... pi mia staiu currinnu Pè? Chi minchia m'interessa! Io... (inc)... vice presidente... (inc)... capisci?.

Montante non diventerà vicepresidente. Ma sarà ripescato da Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria («l'unica associazione di impostazione stalinista nel nostro Paese», nel giudizio dell’epurato Venturi), nel board di Viale dell’Astronomia con un incarico su rete Imprese italiane. Il 17 marzo del 2017, Catanzaro, dopo un lungo iter di consultazione dei “saggi” e delle associazioni territoriali dall’esito tutt’altro che sorprendente, sarebbe stato eletto presidente di Sicindustria.
Ma la sua spada nella roccia l’aveva già estratta. Più di un anno prima. Nella sala da pranzo della villa di Serradifalco. Il 14 febbraio 2016. «Ricordati stà data che ti dico io...», dice il capo al suo futuro successore. «Se la situazione che lo riguardava fosse degenerata, non avrebbe salvato nessuno», ricostruisce la Mobile. Citando quel «un ci n’è pi nuddru». Una solenne promessa di Montante all’amico. Ma anche una minaccia contro tutti quelli che con lui hanno condiviso «il nostro sistema», che per lui stesso era «di architettura perfetto, ricordatillu». L’icona antimafia idolatrata che diventa un kamikaze nell’ex giardino incantato della legalità. Un incubo? Magari sarà già una realtà. Nero su bianco, dopo le sette ore di interrogatorio-fiume da arrestato.

Twitter: @MarioBarresi

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