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Natività e Barbablù nel "Chi l'ha visto?" dei tesori siciliani

Il Caravaggio da 20 milioni, poi i furti in chiese, musei e case. I beni scomparsi (e quelli ritrovati) nella lista dei carabinieri

Natività e Barbablù nel "Chi l'ha visto?" dei tesori siciliani

Coeva, per data di scomparsa, della “Natività” è un’altra opera trafugata a Palermo, ma dall’Istituto nazionale, ovvero il “San Michele combatte Satana” di Pietro Novelli.

Sempre a Palermo sono state rubate la “Fuga in Egitto”, dipinto su vetro portato via dal Museo Etnografico “Pitrè” nel 1982; il “Cristo Benedicente” di Pietro Novelli, rubato a Palermo da un’abitazione privata nel 1994 e due opere in ceramica realizzate tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, un Skyphos a figure nere e un’anfora in bucchero raffigurante un guerriero con elmo e lancia scomparsi dal museo “Salinas” in una data che viene indicata come «imprecisata», ma comunque precedente al 2003. Da Termini Imerese, invece, provenivano quattro vasi, un Lebes e tre Lekythos, conservati nel museo civico “Romano” ma rubati tutti nel luglio del 1973. Due Lebes, vaso con fondo arrotondato tipico della Grecia Antica, vennero invece “asportati” 5 anni dopo, nel maggio del 1978 da Centuripe.

In provincia di Messina erano conservati, invece, la Madonna del Riposo, trafugata a Santa Lucia del Mela nel 1992 dalla sede della Curia Arcivescovile e una Madonna con Bambino, San Giuseppe, San Michele e Sant’Anonio da Padova, rubata da Rometta, presso la chiesa di San Domenico nel marzo del 1988.

Piccole, ma numerose, sono invece le monete che nel 1973 sparirono a Gela dal museo archeologico nazionale. Quattrocento tra Tetradrammi di Atene e di Gelas (questi ultimi caratterizzati, una delle due facce, da un toro con volto umano) vennero portati via dopo un’operazione degna di un film, con tanto di ladri che si calarono con una corda dal tetto della struttura. Ritrovarle tutte, evidentemente, è come cercare un ago in un pagliaio.

Eppure l’attività di ricerca e indagine non si è mai fermata e, nello stesso elenco disponibile sul sito della Regione sono disponibili diversi casi di oggetti sulla cui foto campeggia lettere cubitali la parola “Recuperato”. Tra questi, gli argenti e l’Afrodite di Morgantina, a Enna, che così come la testa di Ade “Barbalù” non erano nascosti in una cassaforte di privati collezionisti, ma esposti, senza titolo, in musei oltre Oceano.

L’elenco dei “wanted”, tuttavia, è limitato. Oltre ai beni esplicitamente indicati, che sono i più noti, ci sono centinaia di oggetti d’arte trafugati da chiese, collezioni e strutture espositive, cui si aggiungono ovviamente i reperti senza nome.

Sì perché, se a guardare i risultati del Nucleo di Tutela del Patrimonio, emerge come sia sempre meno diffuso il fenomeno del “ladro d’arte” la vera emergenza siciliana sono i tombaroli, soggetti che in modo più o meno specializzato si occupano di scavare per recuperare dalla terra reperti archeologici che poi, con l’ausilio di intermediari, finiscono nel mercato nero del resto d’Europa.

Un sistema che è stato dimostrato e duramente colpito ad esempio dall’operazione “Himera”, condotta dal Tpc che nel marzo scorso ha consentito di recuperare centinaia di reperti, arrestare tre persone e indagarne 22. Interessata dal fenomeno è soprattutto la Sicilia centrale, fra le province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna.

Quando tuttavia i cercatori di tesori non riescono a recuperare dal terreno quello che gli serve, si scoprono a loro volta artisti: diverse indagini, infatti, hanno rivelato l’esistenza di un robusto mercato del falso. D’autore, si capisce.

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