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Le Supplici di Eschilo parlano siciliano Ovadia e Incudine sfidano i “puristi”

Le Supplici di Eschilo parlano siciliano Ovadia e Incudine sfidano i “puristi”

E’ una delle tragedia degli spettacoli classici dell’Inda

Le Supplici di Eschilo parlano siciliano Ovadia e Incudine sfidano i “puristi”

SIRACUSA. “Zeus, posa i to’ occhi ‘ncapu sta genti, ca supplicanti dumanna aiutu ppi non spusari l’omu parenti. Parti emigranti ppi n’autru statu... ». I versi in siciliano echeggiano fra le pietre millenarie del Teatro Greco siciliano. È l’inizio delle Supplici di Eschilo, ma potrebbe sembrare Andrea Camilleri. È una tragedia, ma si evolve tra il recitar cantando, il recitato e cantate vere e proprie, come delle arie liriche di musiche popolari. «È una sorta di Gatta Cenerentola, con la musica che non si ferma mai, tra ritmi maghrebini, melopea greca e folk, tutta siciliana in versi, dimetri greci e la metrica siciliana dell’ottava rima» spiega Mario Incudine, che si è ritagliato il ruolo a lui consono di cantastorie, una sorta di Eschilo che racconta la tragedia.

 

Il “grande cunto”. L’artista ennese è anche l’aiuto di Moni Ovadia, che firma la regia delle Supplici, una delle tragedie nel cartellone della edizione numero 51 della stagione di spettacoli classici dell’Inda, al debutto il prossimo 15 maggio. Dall’incontro tra l’autore di Italia talìa e del drammaturgo e compositore musicale è scaturita l’idea di trasformare la tragedia di Eschilo in un “grande cunto”, in cui la musica ha un ruolo portante ed evocativo. Complice di questa folle idea, che già sta facendo storcere il naso ai puristi, Pippo “Kaballà” Rinaldi. «Sono stato chiamato da Mario quando è stato incaricato da Moni per curare l’aiuto regia – racconta Kaballà – Moni è un regista visionario e rivoluzionario e aveva in mente questa idea, abbastanza estrema, di questo “grande cunto” che la tragedia doveva diventare, una sorta di cantata classica però con molti elementi di sicilianità, di folk, di contaminazione, e mi hanno coinvolto per la scrittura in siciliano e la struttura dei cori. Il progetto mi ha incuriosito, perché a me piace sperimentare, muovermi in nuovi campi, dalla canzone pop pura di Eros Ramazzotti a quella d’autore, dalla letteratura alla tragedia greca».

 

Un azzardo. Un azzardo per la platea conservatrice di Siracusa. «Anche Picasso non fu capito quando dipinse il primo quadro – reagisce Incudine – Moni Ovadia ha il coraggio di andare a scavare all’interno della tragedia. Chi l’ha detto che prima non era cantata? Eschilo, che si trasferì in Sicilia, vedeva molto probabilmente le Supplici come una cantata, non a caso il ruolo principale è del coro. Noi ci riappropriamo della forza strofica del siciliano e applichiamo la forma del teatro popolare e musicale che è quello di Moni Ovadia». Un tradimento totale rispetto alla traduzione di Guido Paduano. «Occorre rivedere il nostro modo di relazionarci con le lingue – interviene Moni Ovadia – Dobbiamo superare la concezione della cultura occidentocentrica e chiederci come parlavano i greci. E da questo cercare di capire che le lingue antiche portano travagli di duemila anni di storia. In un mio spettacolo ho letto poesie di Ignazio Buttitta, che traducevo in italiano e mi rendevo conto che una cosa è dire “mi vergogno” e un’altra “m’affruntu”. L’italiano è una lingua meravigliosa, ma noi dobbiamo trovare una materia linguisticosonora che risponda all’energia della tragedia. Non credo che ci sia il rischio di scivolare in farsa. C’è un detto che dice: “Cu tuttu ca sugnu orbu a viru nìura” (anche se sono cieco la vedo nera): fa ridere ma è amaro. E c’è in Sciascia quell’altra battuta di chi a Racalmuto durante il fascismo va a votare e dice al presidente di seggio porgendo la busta elettorale: “Ci sputassi vossia”. È il massimo del disincanto, ma provoca una risata».

 

Una proto–tragedia. Carta bianca, insomma, e ampia libertà nel trasfigurare tutto. Anche agli attori, Donatella Finocchiaro, Angelo Tosto e Marco Guerzoni, catapultato dal musical Notre Dame de Paris al teatro greco. In linea con la filosofia del nuovo sovrintendente Gioacchino Lanza Tomasi, all’insegna dell’innovazione e del cambiamento. «Le tragedie hanno un impianto classico, a volta sono frammentarie, tra l’altro le Supplici sono una proto–tragedia, si dice che sia la prima scritta – riprende Kaballà – Abbiamo seguito di pari passo la dinamica della tragedia, i personaggi, il coro, il re di Argo, le metafore che ci sono all’interno, come quelle di potente attualità della migrazione, dell’accoglimento e della condizione femminile. Ci sono queste cinquanta donne che scappano dall’Egitto rifiutano il matrimonio imposto con i cugini… Naturalmente l’impianto arcaico è trasportato nella simbologia più moderna con queste donne che coperte da un burqa vengono dall’Oriente nella Grecia della democrazia e dell’accoglienza. Queste donne si strapperanno i veli, chiederanno al re ospitalità, che sarà concessa. Poi arriveranno dal mare gli egiziani che tenteranno di rapirle, ma verranno respinti. È la prima tragedia di una trilogia, le due successive, Figli di Egitto e Danaidi, non sono state mai trovate».

 

Bagnata nel Mediterraneo. «È una tragedia proto–femminista – spiega Incudine – Le donne si ribellano al matrimonio combinato con i cugini e fuggono, ma il tema è soprattutto quello dell’accoglienza. Il re di Argo affida al voto democratico la decisione di aprirle le porte e quando il popolo dice sì, offre le proprie case alle profughe. Noi, invece, ci limitiamo a ospitare i migranti in strutture anonime e rare volte li accogliamo». Una tragedia bagnata nel Mediterraneo, immersa nei problemi e nelle sonorità del Mare Nostrum.

 

La musica come linguaggio universale. «Con Mario Incudine e il maestro Antonio Vasta abbiamo dato voce a strumenti antichi, contaminadoli con la world music, con la musica siciliana – spiega Kaballà – Gli strumenti evocano l’Oriente: darbuka, bouzouki, mandoloncello, tamburi. Le tragedie sono evocative, durante la traduzione in siciliano, abbiamo avuto difficoltà a dare un senso più dinamico, abbiamo usato il verso ottonario, la tradizione si mescola all’antichità e alla modernità. Abbiamo ritradotto tutto, abbiamo fatto delle cantate come se fosse una tragedia lirica, un’opera dove ci sono i solisti e il coro. Ci sono parti in greco moderno che si accollerà Moni Ovadia, lui è un poliglotta. Una traduzione che si evolve in recitar cantando, recitato e cantate vere e proprie, come delle arie liriche di musiche popolari».

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