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Riina, monta la rabbia contro la possibile scarcerazione del boss

Si susseguono le reazioni sul riconoscimento sancito dalla Cassazione di "morte dignitosa" anche per il detenuto. I familiari dell' Associazione Vittime del Dovere lanciano "un grido di dolore". Il magistrato Alfonso Sabella: «Bisogna rispettare le leggi. Lo Stato non è la mafia e non si vendica»

Riina, monta la rabbia contro la possibile scarcerazione del boss

MONZA - I più indignati sono in assoluto loro. I familiari delle vittime del dovere, molti dei quali fanno parte dell'associazione omonima, non ci stanno e manifestano tutto il loro disappunto sull'opportunità di assicurare una morte dignitosa al capo dei capi Totò Riina. La vicenda sollevata dalla Cassazione, che riconosce ai detenuti un «diritto a morire dignitosamente» e quindi la possibilità per il boss ergastolano di lasciare il carcere, sta infiammando gli animi di tutto il Paese e in primis quelli appunto dei tanti familiari di magistrati ed esponenti delle forze dell'ordine che, per mano della mafia, hanno perduto i propri cari.

« Facciamo appello agli organi di stampa affinché raccolgano con una pubblica raccolta firme lo sdegno di tanti Italiani e il grido di dolore delle vittime». Sono le parole di Emanuela Piantadosi, la presidente dell’Associazione Vittime del Dovere. «L'associazione si batte da anni per i diritti delle vittime e la certezza della pena - prosegue la presidente - il carcere, sebbene non debba mai ricadere in tortura insensata, non deve diventare un sistema facilmente eludibile». All’appello della onlus fanno eco alcuni familiari di vittime della furia omicida di Riina: «Siamo contrari a questa ipotesi di condono - ha dichiarato Antonino D’Aleo, ex questore e fratello del capitano dei carabinieri Mario D’Aleo, ucciso a Palermo dalla mafia, e del cui omicidio il mandante fu Riina - andrebbe a ledere il concetto di certezza della pena, questa persona ha provocato immenso dolore ai familiari delle vittime». Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino e che esattamente un anno fa si spese contro la pubblicazione del libro sulla vita del boss, ha aggiunto: «Non mi convince il percorso argomentativo della Corte che, di fatto, riconosce la ragione carceraria non nel pagare per il male commesso, bensì in una perdurante e attuale pericolosità criminale che il giudice di Bologna non avrebbe adeguatamente dimostrato».

Anche il Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria), al pari di tantissime persone, anche comuni cittadini che stanno manifestando il loro sdegno soprattutto sui social, interviene sulla vicenda ricordando che «L'attuale sistema penitenziario non viola il diritto alla dignità umana, anche sotto il profilo dell’assistenza sanitaria che è garantita ad ogni detenuto, noto e meno noto. Ci sono importanti Centri clinici presso diverse carceri italiane che assolvono bene a questo. Ma se dovesse rendersi necessario, le cure sono garantite presso Ospedali civili, in alcuni dei quali sono operativi appositi Reparti detentivi nei quali prestano servizio appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria». E' quanto dichiara Donato Capece, segretario generale del Sappe. Capece denuncia al proposito «le quotidiane difficoltà operative con cui si confrontano quotidianamente le unità di Polizia Penitenziaria in servizio nei Nuclei Traduzioni e Piantonamenti dei penitenziari: agenti che sono sotto organico, non retribuiti degnamente, con poca formazione e aggiornamento professionale, impiegati in servizi quotidiani ben oltre le 9 ore di servizio, con mezzi di trasporto dei detenuti spessissimo inidonei a circolare per le strade del Paese, ma che assolvono al meglio ai difficili compiti di trasporto dei detenuti ed alla loro sorveglianza se ricoverati in ospedale».

“Che ognuno abbia diritto ad una morte dignitosa è un principio che condividiamo. Che lo Stato debba avere una etica superiore a quella dei suoi nemici è un concetto che ci trova assolutamente d’accordo. Tutto questo, però, non prevede e non deve prevedere che avvenga dando la libertà o anche permettendo il suo ritorno a casa in regime di domiciliari ad un criminale ancora in grado di esercitare la sua influenza in ambito delinquenziale”. Così invece Enzo Letizia, segretario nazionale dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, che prende posizione sul caso di Totò Riina. 
“Solo ai familiari delle vittime spetta la possibilità di esprimersi sul concetto di perdono o meno nei confronti del boss di cosa nostra - spiega Letizia -, gli organi dello Stato hanno, primo fra tutti, un dovere molto pragmatico: quello di garantire la sicurezza dei propri concittadini. C'è qualcuno, mi chiedo, che oggi può, in base a elementi di fatto, escludere che Riina non sia più in grado in alcun modo di intervenire (direttamente o per il tramite di altri) nelle dinamiche delle azioni criminali di stampo mafioso? Ricordo il recente omicidio di un boss mafioso proprio a ridosso dell’anniversario della strage di Capaci. Fatto che assume un valore simbolico fortissimo e che dimostra come il rischio di considerare la mafia un fenomeno sconfitto sarebbe un errore di eccezionale gravità”.  “Una morte dignitosa vuol dire una morte priva di inutili sofferenze, o di umiliazioni ingiustificate. In questo uno Stato di diritto come il nostro non può abbassarsi allo stesso livello di certi criminali che hanno commesso fatti non solo di gravità inaudita ma che hanno (loro sì) usato comportamenti inumani - conclude Letizia - Ma una morte dignitosa non vuol dire una morte da uomo libero, tornando a occupare fisicamente quei luoghi che ancora sono intrisi del sangue di troppe persone innocenti e per bene. La libertà a Totò Riina (e ricomprendiamo in questo assunto anche l’istituto della detenzione ai domiciliari) sarebbe un’ingiustizia grave che lo Stato commetterebbe ai danni dei propri cittadini, un segnale pericoloso ai mafiosi ancora in libertà, un insulto alla memoria di chi non c'è più".

"Se sarà confermata l’estrema pericolosità attuale Totò Riina dovrà giustamente rimanere in carcere, ma non sarà per la negazione di un diritto umanitario ma per il riconoscimento di una situazione di estremo pericolo". Lo ha detto il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Eugenio Albamonte, intervistato a Repubblica Tv.  "La Cassazione - ha ricordato Albamonte - dice: motivate su questi aspetti perché se poi gli avvocati di Riina potranno ricorrere a Strasburgo e allora rischiamo una condanna magari in presenza di elementi che giustificano il carcere fino alla morte e veniamo sanzionati solo perché non abbiamo adeguatamente motivato. Sono temi rispetto ai quali è doveroso che il giudice si soffermi".

Sulla questione interviene anche Alfonso Sabella, magistrato agrigentino per anni in prima fila nella lotta a Cosa Nostra e "condannato" a morte proprio da Riina. «Lo Stato non è la mafia, non si vendica e non fa ritorsioni - afferma il magistrato - . Il richiamo della Cassazione è sensato, abbiamo già perso un’occasione con Provenzano. Così rischiamo di perdere il 41 bis». 
«Fui condannato a morte da Riina - ricorda Sabella - per l'arresto del figlio maggiore, Giovanni, che avevo arrestato e fatto condannare per vari omicidi che aveva commesso, tra cui uno strangolamento, cui lo aveva indotto lo zio Leoluca Bagarella, che doveva insegnare al ragazzo come si faceva, quale era la tradizione di famiglia. La questione proposta dalla Cassazione è molto seria e va affrontata con la testa, non con la pancia. Bisogna rispettare le leggi. La Cassazione non ha detto di scarcerare Riina, ha semplicemente detto che ciascuno ha diritto di morire con dignità e che bisogna valutare se la struttura penitenziaria sia in grado di assicurargli le cure necessarie. Non c'è niente di strano, è chiaro che siccome la cosa riguarda Riina si accendono i riflettori sul caso».  «Ricordiamoci - prosegue il magistrato - che noi viviamo in un ordinamento civile, lo Stato non è la mafia, lo Stato non si vendica, non facciamo vendette tribali nè possiamo legittimare forme di tortura. Le pene, lo dice chiaramente la Costituzione, nell’articolo 27, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. La dichiarazione dei diritti dell’uomo dice che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e diritti e che nessun individuo deve essere sottoposto a tortura o a trattamento che lo privi dei diritti umani. Da Stato noi questi principi li dobbiamo applicare, è questo che ci differenzia dalla mafia e dalle organizzazioni criminali».

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commenti 1
  • elpaso

    06 Giugno 2017 - 18:06

    Non capisco. Condizionare la permanenza in carcere in funzione del principio di pericolosità del detenuto significherebbe scarcerare tutte le persone che hanno commesso un delitto passionale o in generale estemporaneo e che quindi non rappresentano più una minaccia per la società. Perchè a volte le sentenze della Cassazione riescono ad essere così contro il senso comune della giustizia? Io sono contrario alle interpretazioni complottistiche ma a volte il sospetto che ci siano motivazioni diverse da quelle esposte si fa strada prepotente nella mente del semplice cittadino.

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