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Vertici cosca "votati" da "uomini d'onore": 27 arresti nel clan Santa Maria di Gesù

Con l'operazione "Falco", il Ros dei Carabinieri di Palermo ha accertato una riorganizzazione interna della famiglia mafiosa palermitana. Le accuse sono di estorsione, esercizio abusivo di attività di gioco e scommessa e traffico di droga

Vertici cosca "votati" da "uomini d'onore": 27 arresti nel clan Santa Maria di Gesù

Palermo - Una famiglia mafiosa all’antica, che rispetta le regole, ligia alle norme di Cosa nostra, sempre potente. Un legame con la tradizione, culminato nella nomina delle cariche interne alla famiglia, che rappresenta quell'elemento che alimenta il vincolo tra i sodali. E' l'identikit della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, che ha il controllo criminale su una vastissimo territorio di Palermo, che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare del gip Marco Gaeta dopo l’inchiesta della procura palermitana e dei carabinieri del Ros denominata «Falco».


Con la maniacale osservanza dei codici comportamentali - dice il giudice - i vertici dell’organizzazione sono fino ad oggi riusciti a impedire la trasformazione di Cosa Nostra da organizzazione granitica e rigidamente disciplinata ad associazione criminale, magari più violenta ma senza dubbio più aggredibile e vulnerabile. La famiglia che era di Stefano Bontade, il principe di Villagrazia, noto come il Falco, ucciso dai corleonesi di Totò Riina, organizzava le elezioni per eleggere le proprie strutture organizzative, che rispettava che nell’ultima informativa del Ros, nel 2016, era così composta Giuseppe Greco, detto u sceccaru, capofamiglia, Giuseppe Natale Gambino, sottocapo, Gaetano Messina Tanuzzu, consigliere Francesco Pedalino e Mario Taormina, capidecina, Antonino Profeta, rappresentante del capofamiglia, Salvatore Profeta, di fatto consigliere del capofamiglia, Giuseppe Contorno, detto Peppuccio u pelatu, Salvatore Gregoli, Totò u rullu, Salvatore Lo Iacono, zorro, Cosimo Vernengo, pinnacchiuni, Cosimo Vernengo, figlio di Pietro, uomini d’onore.

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Scrive il gip che l’operatività della famiglia si caratterizza anche «per l’ostinata aderenza alle antiche regole di funzionamento di Cosa Nostra». Per gestire le estorsioni in maniera capillare il territorio era stato suddiviso nell’area di Belmonte Chiavelli, curata dal consigliere Messina, in quella di Bonagia, affidata al capodecina Taormina, e in quella di Falsomiele, assegnata a Contorno e Cocco. Il gip parla di "straordinaria efficacia del sistema di controllo del territorio» e di una «formidabile capacità di immediata conoscenza di ogni notizia rilevante per l’organizzazione».


L’indagine «Falco» ha consentito di documentare i collegamenti tra il vertice di Santa Maria di Gesù - Villagrazia con altre cosche, in particolare, con quelle di Porta Nuova, Brancaccio e Corso dei Mille e nella provincia a Villabate. Per il gip «i comportamenti degli esponenti di vertice del mandamento sono connotati da una ortodossia difficilmente riscontrabile in altre omologhe realtà del capoluogo». L'osservanza delle regole si rivela indispensabile - aggiunge il gip - non solo e non tanto per «testare» il livello di affidabilità dei singoli componenti ma anche per garantire, proprio mediante il rispetto dei suoi principi fondanti, la sicurezza e la sopravvivenza dell’intera organizzazione. 

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